venerdì 13 marzo 2020


L'AMORE FATALE
Ian McEwan

Capitolo primo



Linizio è facile da individuare. Eravamo al sole, vicino a un cerro che ci proteggeva in parte da forti raffiche di vento. Io stavo inginocchiato sullerba con un cavatappi in mano, e Clarissa mi porgeva la bottiglia - un Daumas Gassac del 1987. Listante fu quello, quella la bandierina sulla mappa del tempo: tesi la mano e, nel momento in cui il collo freddo e la stagnola nera mi sfioravano la pelle, udimmo le grida di un uomo. Ci voltammo a guardare dallaltra parte del prato, e intuimmo il pericolo. Lattimo dopo, correvo in quella direzione. Si trattò di un rivolgimento assoluto: non ricordo di aver lasciato cadere il cavatappi, né di essermi alzato, di aver preso una decisione, né di aver sentito la raccomandazione che Clarissa mi rivolse. Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra lerba tenera di primavera accanto al cerro. Un altro grido e lurlo del bambino, affievolito dal vento che spazzava le chiome alte degli alberi lungo le siepi. Accelerai la mia corsa. A quel punto, improvvisamente, da angolazioni diverse del prato, altri quattro uomini stavano convergendo sul luogo dellincidente, correndo come me.
È come se assistessi alla scena da unaltezza di cinquanta metri, con gli occhi della poiana che poco prima avevamo osservato volteggiare ad ali spiegate e tuffarsi nel tumulto delle correnti: cinque uomini in corsa silenziosa diretti al centro di un prato di una quarantina di ettari. Io arrivavo da sud- est, con il vento a favore. Circa duecento metri alla mia sinistra correvano affiancati due individui. Erano Joseph Lacey e Toby Greene, braccianti agricoli che stavano riparando il lato meridionale dello steccato, là dove costeggia la strada. Più o meno alla stessa distanza da loro, veniva John Logan la cui vettura era parcheggiata ai margini del prato con la portiera, o le portiere, spalancate. Sapendo ciò che so ora, è curioso ricordare la figura di Jed Parry dritta di fronte a me: è uscito da un filare di faggi e avanza contro vento dal lato opposto del prato a una distanza di cinquecento metri. Agli occhi della poiana, Parry e io eravamo due sagome minuscole; con le nostre camicie bianchissime sullo sfondo verde, ci correvamo incontro come due amanti, ignari della sofferenza che da quel groviglio sarebbe nata. Mi precipitavo verso un essere fuori del comune ma anche adesso, dopo tutto quel che è accaduto, sono certo che in quel momento, prima cioè che le complicate coincidenze responsabili del nostro incontro su quel prato si allineassero per darsi forma compiuta, la straordinarietà ancora non esisteva. Il caso che avrebbe scardinato le nostre vite era a pochi minuti da noi. A mascherarne lenormità contribuiva non solo la barriera del tempo, ma anche il colosso al centro del prato con la sua fenomenale forza dattrazione in grado di scuotere le resistenze meschine delluomo.
Cosa faceva Clarissa intanto? Raccontò poi che camminava spedita verso il centro del prato. Non so come riuscisse a resistere allimpulso di correre. Quando si verificò levento che sto per descrivere - la caduta - ci aveva quasi raggiunti e occupava un ottimo punto di osservazione, libera da un diretto coinvolgimento, come da corde e urla, e dalla nostra fatale assenza di cooperazione. Quanto descrivo risente di ciò che vide la stessa Clarissa, di ciò che ci ripetemmo nellossessiva analisi a posteriori. Lerba del prato avrebbe subito un primo taglio nel mese di maggio, e la fienagione doveva favorire la nuova crescita, preparare al secondo taglio, come levento che avrebbe avuto su di noi conseguenze di irrevocabile crescita.
Divago, rimando linformazione. Mi attardo nellattimo precedente perché fino a quel punto erano ancora possibili esiti differenti; il convergere di sei persone su una distesa di verde conserva una geometria confortante dalla prospettiva di una poiana; ha la riconoscibile limitatezza di un tavolo da biliardo. Le condizioni iniziali, la forza e la sua direzione, bastano a definire ogni traiettoria, ogni angolo di collisione e ritorno, mentre una luce gloriosa sovrasta lintero prato, il tappeto verde e i corpi in movimento, ammantandoli di una chiarezza rassicurante. Mentre ci correvamo incontro, prima del contatto, credo ci trovassimo in una sorta di grazia matematica. Indugio sulla nostra disposizione spaziale, sulle distanze relative, sui punti cardinali di provenienza, perché rispetto ai fatti accaduti, quello fu lultimo istante in cui compresi qualcosa chiaramente.
Verso che cosa stavamo correndo? Credo che nessuno di noi lo saprà mai fino in fondo. A livello superficiale tuttavia la risposta cè; correvamo verso un pallone aerostatico. Non di quelli che sfruttano le semplici proprietà del calore, però, questo era un pallone enorme pieno di elio, gas elementare forgiato dallidrogeno nella fornace nucleare delle stelle, il primo passo nella generazione della molteplicità e varietà della materia nelluniverso, compresi noi stessi e tutti i nostri pensieri.
Correvamo incontro a una catastrofe, a sua volta una specie di fornace, nel cui calore identità e destini si sarebbero combinati in forme diverse. Alla base del pallone stava una cesta con dentro un bambino, mentre lì accanto, aggrappato a una corda, era un uomo in disperato bisogno di aiuto.

Pallone a parte, quella giornata si sarebbe comunque impressa nella memoria, sebbene nel più piacevole dei modi, giacché ci ritrovavamo dopo una separazione di sei settimane, la più lunga nei sette anni di vita con Clarissa. Sulla strada per Heathrow feci una deviazione a Covent Garden e trovai uh parcheggio quasi regolare proprio davanti a Carluccios. Entrai e misi insieme un picnic il cui pezzo forte sarebbe stato una gran mozzarella che la commessa pescò in un recipiente di terracotta servendosi di una pinza di legno. Comprai anche olive nere, insalata mista e focaccia. Poi mi precipitai su Long Acre, da Bertram Rota, per ritirare il regalo di compleanno di Clarissa. Se si escludono lappartamento e la nostra automobile, era loggetto in assoluto più costoso che avessi mai acquistato. La rarità di quel libriccino pareva irradiare un calore che percepivo anche attraverso la spessa carta marrone del pacco, mentre tornavo sui miei passi alla macchina.
Quaranta minuti più tardi passavo in rassegna gli schermi dei voli in arrivo. Laereo da Boston era appena atterrato e calcolai che avrei avuto una mezzora dattesa. Se mai qualcuno volesse conferma dellassunto darwiniano riguardo alluniversalità espressiva dellemozione, scritta nel codice genetico degli esseri umani, allora dovrebbero bastargli pochi minuti al terminal quattro di Heathrow, quello degli arrivi. Vidi la stessa gioia, lo stesso sorriso irreprimibile sulla faccia di una robusta nigeriana, di una nonnetta scozzese dal labbro sottile e di un impeccabile pallido businessman giapponese nellatto di spingere i rispettivi carrelli e di riconoscere qualcuno tra la folla in attesa. Se è vero che osservare la varietà umana può essere fonte di piacere, lo stesso vale anche per lumana uguaglianza. Non facevo che sentire la stessa nota calante del mezzo singhiozzo che spesso accompagnava un nome, mentre due persone si facevano largo per abbracciarsi. Cosera? Una seconda maggiore, una terza minore o una via di mezzo? Pa-pà! Jolan-da! Ho-bi! Nz-e! Daltra parte, esisteva anche la cantilena ascendente rivolta a bambini dallaria serissima e diffidente da padri e da nonni assenti da molto tempo, tutti a blandire e implorare un immediato compenso damore. Hann-ah? Tom-my? Mi vuoi?
La varietà stava semmai nei singoli drammi: padre e figlio adolescente, turchi probabilmente, si stringevano in un lungo abbraccio, forse di perdono, o di lutto, dimentichi dellingorgo di carrelli intorno a loro; due gemelle identiche, sulla cinquantina, si salutavano con evidente antipatia sfiorandosi appena le mani e baciandosi a fior di pelle; un bambino americano, issato sulle spalle di un padre che non riconosceva, urlava per farsi mettere giù, e faceva saltare i nervi alla madre esausta.
Ma per lo più erano abbracci e sorrisi, e nel giro di trentacinque minuti assistei a più di cinquanta lieti fini teatrali, sempre meno riusciti, finché non mi sentii emotivamente stanchissimo e cominciai a sospettare persino della sincerità dei bambini. Mi stavo chiedendo quanto io stesso mi sarei reso plausibile salutando Clarissa, quando mi sentii battere su una spalla: era lei che uscendo non mi aveva visto ed era tornata a cercarmi. Il distacco svanì in un istante e recitai il suo nome, unendomi al coro degli altri.
Meno di unora dopo avevamo parcheggiato su una strada sterrata che tagliava attraverso un bosco di faggi nelle Chiltern Hills, nei pressi di Christmas Common. Mentre Clarissa si cambiava le scarpe, preparai lo zaino del picnic. Poi ci avviammo sul sentiero sottobraccio, ancora sotto leffetto gioioso del nostro incontro; quanto di lei mi era ben noto - come le proporzioni e la sensazione della sua mano nella mia, il tono pacato e affettuoso della voce, la pelle chiara e gli occhi verdi di taglio celtico -, assumeva tuttavia un certo non so che di nuovo, si illuminava di una radiosità estranea facendomi tornare alla mente i primi appuntamenti e i mesi del nostro reciproco innamoramento. Oppure vedevo me stesso nei panni di un altro uomo, del mio stesso rivale in amore, venuto a portarmela via. Quando glielo dissi lei rise e commentò che ero lo scemo più complicato del mondo, e fu mentre ci fermavamo per darci un bacio e domandarci a voce alta se non avremmo fatto meglio a rimontare in macchina e andare subito a casa, che scorgemmo tra le foglie nuove degli alberi, il pallone spostarsi come in sogno attraverso la valle boschiva a ovest. Non potevamo vedere né luomo né il ragazzo. Ricordo di aver pensato, senza farne parola, che si trattava di un mezzo di trasporto piuttosto insicuro quando, a segnarne la rotta, era il vento più che il pilota. Ma riflettei che forse proprio in quello doveva consistere la natura del divertimento. E lidea mi svanì di mente allistante.
Attraversammo College Wood diretti a Pishill, fermandoci ad ammirare il verde recente sui faggi. Ogni foglia sembrava accendersi di una luminosità interiore. Parlammo della purezza del colore della foglia di faggio in primavera e di come osservarlo purificasse i pensieri. Mentre passeggiavamo nel bosco, il vento prese ad alzarsi facendo cigolare i rami come ingranaggi arrugginiti. Conoscevamo bene la strada. Era senza dubbio il posto più bello a unora di viaggio dal centro di Londra. Amavo le ondeggianti distese dei campi disseminati di gesso e di selce, e quei sentieri che li tagliavano per sprofondare nellombra dei faggi, fino a valloni umidi e incolti dove spesse coltri di muschio cangiante foderavano i tronchi morti degli alberi e dove, di quando in quando, non era impossibile imbattersi in un muntjak che rovistava nel sottobosco.
Per quasi tutto il tempo della nostra passeggiata parlammo della ricerca di Clarissa: John Keats morì a Roma nellappartamento ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti che divideva con lamico Joseph Severn. Era ipotizzabile lesistenza di tre o quattro sue lettere ancora non pubblicate? Si poteva supporre che una avesse come destinatario Fanny Brawne? Clarissa aveva buone ragioni per pensarlo e aveva perciò trascorso una parte del suo semestre sabbatico viaggiando tra la Spagna e il Portogallo, e girando per le case note a Fanny Brawne e a Fanny, la sorella di Keats. Adesso era di ritorno da Boston dove aveva lavorato alla Houghton Library di Harvard, cercando di rintracciare la corrispondenza di certi lontani parenti di Severn. Lultima lettera a noi pervenuta, Keats la scrisse quasi tre mesi prima di morire, al vecchio amico, Charles Brown. Il tono dello scritto è piuttosto solenne e propone, secondo lo stile tipico dellautore, una geniale definizione della creazione artistica inserita quasi tra parentesi: «La coscienza del contrasto, la percezione delle luci e delle ombre, tutto quellinsieme di nozioni (nel senso primitivo) necessarie alla poesia, sono i grandi nemici della guarigione del mio stomaco». È quella che si conclude con il celebre commiato, così straziante per reticenza e per cortesia: «Riesco a malapena a dirti addio, anche per lettera. Sono stato sempre impacciato nel prendere congedo. Dio ti benedica! John Keats». Ma tutte le biografie sono concordi nellaffermare che al momento di redigere questa lettera, Keats stava attraversando un periodo di remissione dal male, che perdurò una decina di giorni ancora. Visitò Villa Borghese e passeggiò in via del Corso. Ascoltò con piacere Haydn suonato da Severn, scaraventò con furia la cena fuori dalla finestra per protestare contro la qualità scadente della cucina, e pensò addirittura di dare inizio alla stesura di una poesia. Ipotizzando lesistenza di lettere risalenti a quei giorni, quale interesse potrebbe aver avuto Severn, e più ancora, Brown, a sopprimerle? Clarissa riteneva di aver trovato la risposta al quesito in un paio di riferimenti rinvenuti nella corrispondenza tra lontani parenti di Brown nel corso del decennio 1840, ma le occorrevano altre prove, fonti diverse.
- Sapeva che non avrebbe più visto Fanny, - diceva Clarissa. - Scrisse a Brown dicendogli che la sola vista del nome di lei gli sarebbe stata intollerabile. Ma non smise mai di pensarla. In quei giorni di dicembre era abbastanza forte, e lamava moltissimo. È facile immaginare che abbia scritto una lettera anche se non intendeva spedirla.
Le strinsi più forte la mano senza parlare. Di Keats e della sua poesia sapevo poco, ma ritenevo possibile che, date le condizioni disperate in cui versava, non avesse voluto scriverle proprio perché lamava moltissimo. Di recente avevo pensato che linteresse di Clarissa nellesistenza di quelle ipotetiche lettere avesse qualcosa a che fare con il nostro rapporto, e con la sua convinzione che un amore non può essere perfetto se non trova espressione in forma scritta. Nei mesi successivi al nostro incontro, e prima dellacquisto dellappartamento, mi aveva scritto alcune meraviglie, appassionatamente astratte nello svisceramento di ciò che faceva del nostro amore qualcosa di diverso e migliore rispetto a qualunque altro sentimento mai esistito. Forse è questa lessenza di ogni lettera damore: la celebrazione dellunicità. Io mi ero sforzato di eguagliarla, ma la franchezza mi aveva concesso solo di attingere ai fatti, che a me parevano comunque abbastanza miracolosi di per sé: una donna bellissima amava e voleva essere riamata da un uomo massiccio, goffo, stempiato e incredulo.

Ci fermammo a osservare la poiana nei pressi di Maidensgrove. Può darsi che il pallone avesse riattraversato il nostro sentiero mentre percorrevamo i boschi che coprono le vallate intorno alla riserva naturale. Nelle prime ore del pomeriggio giungemmo al Ridgeway Path, procedendo a nord lungo la linea della scarpata. Poi tagliammo per una di quelle ampie distese che si allungano a ovest delle Chiltern verso la fertile campagna sottostante. Oltre la piana di Oxford distinguevamo il contorno delle Cotswold Hills e, ancora più in là, la massa azzurrognola dei Brecon Beacons. Avevamo deciso di pranzare in fondo al sentiero, dove si godeva il panorama migliore, ma il vento era ormai troppo teso. Tornammo sui nostri passi e trovammo riparo tra i quercioli del lato settentrionale del prato.
E fu a causa di questi alberi che non assistemmo alla discesa del pallone. In seguito mi sono chiesto come mai non fosse stato sospinto a chilometri da lì. E ancora più recentemente ho saputo che quel giorno il vento non era lo stesso al livello del suolo e a unaltezza di centocinquanta metri.
La conversazione su Keats si esaurì mentre preparavamo la colazione sullerba. Clarissa estrasse la bottiglia dal sacco e me la porse tenendola dal fondo. Come ho già detto, il collo mi stava sfiorando la pelle quando udimmo il grido. Era un tono baritonale su note via via più alte dettate dalla paura. Quel grido segnò linizio e, naturalmente, una fine. In quellistante si chiuse un capitolo, o meglio, un intero stadio della mia vita. A saperlo, e a poter disporre di un secondo in più, valeva la pena di concedersi un pizzico di nostalgia. Il nostro matrimonio damore senza figli durava da sette anni. Clarissa Mellon amava anche un altro uomo, ma con lapprossimarsi del bicentenario dalla sua nascita, il fastidio che mi arrecava era in fondo modesto. Anzi, mi dava persino una mano fornendo spunti per gli scambi di idee che erano parte integrante del nostro equilibrio, il nostro modo per discutere di lavoro. Abitavamo in un edificio art déco nella zona settentrionale di Londra con un fardello di preoccupazioni al di sotto della media: più o meno un anno di ristrettezze economiche, il passeggero timore per un cancro inesistente, i divorzi e le malattie degli amici, lintolleranza di Clarissa verso i miei occasionali e furiosi accessi di insoddisfazione per il mio lavoro - ma nulla poteva minacciare lautonoma intimità delle nostre vite.
Quel che vedemmo alzandoci in piedi fu quanto segue: un immenso pallone grigio, grande come una casa, a forma di lacrima, precipitato sul prato. Il pilota doveva essere già mezzo fuori dal cesto porta- passeggeri quando il velivolo aveva toccato terra. Una fune attaccata a unancora gli si era impigliata intorno a una gamba.
Attualmente, tra raffiche di vento che, sollevandolo, spingevano il pallone in direzione della scarpata, luomo veniva trascinato ora a terra ora a mezzaria, sul prato. Nel cesto cera un bambino, un ragazzo di circa dieci anni. Approfittando di unimprovvisa calma di vento, luomo si rimise in piedi afferrando il cesto, o il ragazzo. Seguì unaltra raffica e il pilota si ritrovò sulla schiena, sbattuto sul terreno ineguale, nel tentativo di puntare i piedi al suolo, o nello sforzo di afferrare lancora alle sue spalle per assicurare il mezzo alla terra. Anche potendo, non avrebbe osato liberarsi dal groviglio della fune. Gli occorreva il proprio peso per mantenere il pallone a terra, e il vento avrebbe potuto strappargli la fune di mano.
Correndo, lo sentii gridare rivolto al ragazzo incoraggiandolo a saltar fuori dal cesto. Ma il volo incontrollato del pallone scaraventava il bambino da tutte le parti. Finalmente recuperò lequilibrio e appoggiò una gamba sul bordo del cesto. Il pallone si alzò e ricadde di schianto su un dosso, e il ragazzo cascò allindietro sparendo alla nostra vista. Poi si rialzò con le braccia tese verso luomo al quale intanto gridava qualcosa, parole inarticolate per la paura che non riuscii a distinguere.
Dovevo trovarmi a un centinaio di metri da lì quando la situazione tornò sotto controllo. Il vento si era placato, luomo era in piedi chino sullancora che stava cercando di ficcare nel terreno. Si era liberato la gamba dalla fune. Per qualche ragione, magari per volontà o per stanchezza o semplicemente perché stava facendo quel che gli si diceva di fare, il ragazzo rimase dovera. Limponente pallone oscillava, piegandosi e strattonando le funi, ma la belva era stata domata. Rallentai la corsa, pur senza fermarmi. Mentre si raddrizzava, luomo ci vide - o per lo meno vide me e i due braccianti - e ci fece segno di raggiungerlo. Aveva ancora bisogno di aiuto, ma fui lieto di poter assumere un sostenuto passo di marcia. Anche i braccianti stavano ormai camminando. Uno dei due tossiva forte.
Luomo dellauto però, John Logan, sapeva qualcosa che noi non potevamo sapere e continuò a correre. Quanto a Jed Parry, il pallone me ne ostruiva la vista.
Il vento recuperò la sua furia tra le cime degli alberi poco prima che ne sentissi la forza abbattersi sulla mia schiena. Poi tornò a prendersela con il pallone che interruppe le oscillazioni innocenti e buffe per immobilizzarsi dun colpo. Lunico movimento percepibile era il baluginio di tensione che andava a incresparne la superficie accumulando energia. Poi si liberò, lancora strappò da terra una pioggia di fango, e cesto e pallone si sollevarono a circa tre metri. Il bambino fu scaraventato allindietro e non lo vedemmo più. Il pilota, che aveva la fune tra le mani, fu sollevato a mezzo metro daltezza dal terreno. Se Logan non lo avesse raggiunto e non avesse afferrato una delle tante funi penzolanti, il pallone si sarebbe portato via il ragazzo. E invece, adesso, i due uomini venivano trascinati insieme sul campo, mentre i braccianti e io avevamo ripreso a correre.
Arrivai prima di loro. Quando acciuffai una corda, il cesto era più in alto delle nostre teste. Il ragazzo dentro strillava. A dispetto del vento, sentii odore di urina. Jed Parry si impadronì di una corda qualche secondo dopo di me, e i due braccianti, Joseph Lacey e Toby Greene, fecero altrettanto subito dopo. Greene era in preda a una crisi di tosse, ma tenne duro. Il pilota ci gridava che fare, ma le sue istruzioni erano troppo frenetiche e comunque nessuno lo stava a sentire. Costretto a combattere troppo a lungo, era esausto e aveva perso il controllo emotivo. Con noi cinque aggrappati alle corde, il pallone era sicuro. Bastava che rimanessimo ben saldi in piedi e tirassimo poco per volta fino a riportare il cesto per terra, il che, a dispetto di tutte le grida del pilota, fu esattamente quello che incominciammo a fare.
A quel punto eravamo prossimi alla scarpata. Il terreno si piegava in una brusca discesa del venticinque percento prima di trasformarsi in un pendio dolce verso il fondo. Dinverno questo è uno dei punti preferiti per gli slittini dei ragazzi del posto. Parlavamo tutti insieme. Due di noi, io e lautomobilista, volevamo trascinare il pallone lontano dallorlo. Qualcuno invece riteneva che prima si dovesse tirare fuori il bambino. Un altro insisteva che dovevamo tirar giù il pallone e assicurarlo bene al terreno.
Io non vedevo dove fosse la contraddizione, visto che potevamo tirar giù il pallone pur camminando in direzione del prato. Ma stava avendo la meglio la seconda opinione.
Il pilota ne aveva una quarta, ma nessuno la conosceva o aveva testa per ascoltarla.
Dovrei chiarire un concetto. Poteva anche esserci una vaga comunanza d
intenti, ma non fummo mai una squadra. Non cera modo, né tempo. A portare tutti quanti sotto il pallone erano state le coincidenze di spazio e di tempo, e una predisposizione al soccorso. Nessuno aveva il comando - o lavevamo tutti e facevamo a chi grida più forte. Il pilota, con la faccia congestionata e grondante, veniva ignorato. Irradiava incompetenza come una stufa irradia calore. E noi intanto incominciavamo a strillare le nostre, di istruzioni. So che se avessi avuto io lincontrastato controllo della situazione, la tragedia non si sarebbe verificata. In seguito sentii dire la stessa cosa anche ad altre delle persone coinvolte. Ma non ci fu tempo né modo di esercitare la propria forza di carattere. Meglio un capo qualsiasi, meglio una qualunque strategia rigorosa, piuttosto che il nulla. Non esiste società umana studiata dagli antropologi, da quella di cacciatori e agricoltori su su fino alla civiltà post- industriale, che non presenti una suddivisione in uomini- guida e sottoposti; e nessuna emergenza che sia mai stata risolta efficacemente secondo sistemi democratici.
Il difficile non fu abbassare il cesto porta- passeggeri per guardarci dentro: adesso avevamo un problema nuovo. Il ragazzo era rannicchiato sul fondo. Si copriva la faccia con le mani e si tirava i capelli. - Come si chiama? - chiedemmo alluomo rosso in viso.
- Harry.
- Harry, - gridammo. - Avanti, Harry. Harry! Afferra la mia mano, Harry. Devi uscire di lì.
Ma Harry si raggomitolò ancora di più. Trasaliva ogni volta che pronunciavamo il suo nome. Le nostre parole erano come sassi che gli piovevano addosso. Il bambino sperimentava una paralisi della volontà, una condizione nota come impotenza acquisita e spesso riscontrata su cavie di laboratorio sottoposte a stress eccessivo; ogni impulso volto a risolvere il problema viene meno, e ogni istinto di sopravvivenza è come prosciugato. Tirammo a terra il cesto e riuscimmo ad assicurarlo; ci stavamo giusto chinando nel tentativo di issare fuori il ragazzo quando il pilota ci spinse di lato a spallate e cercò di entrare nel cesto. In seguito sostenne di averci comunicato le proprie intenzioni. A noi non arrivò nulla a causa delle nostre stesse grida e imprecazioni. Quel che faceva appariva ridicolo, ma le sue intenzioni più tardi si rivelarono assolutamente sensate. Voleva sgonfiare il pallone svitando una valvola che si raggiungeva solo dallinterno del cesto.
- Ehi tu, cretino imbecille, - gli strillò Lacey. - Aiutaci a tirare fuori il bambino.
Sentii quel che stava arrivando un istante prima che capitasse. Era come se un treno rapido stesse sfrecciando in mezzo alle cime degli alberi precipitandosi sopra di noi. Nel giro di mezzo secondo laria si condensò in un suono a metà tra il lamento e il sibilo, che crebbe fino a un volume altissimo. Nel corso dellinchiesta le cifre riportate dai bollettini meteo riguardo alla velocità del vento di quella giornata divennero istanze probanti: erano state registrate raffiche di centodieci chilometri orari, a quanto pare. Quella doveva essere una, ma prima di consentirle di raggiungerci, permettetemi di congelare la scena per poter descrivere il gruppo intero: limmobilità garantisce una forma di sicurezza.
Alla mia destra il terreno declinava bruscamente. Subito alla sinistra stava John Logan, un medico condotto di Oxford, quarantaduenne, sposato con uninsegnante di storia e padre di due bambini. Non era il più giovane del gruppo, ma il più in forma sì. Giocava a tennis in tornei della contea ed era membro di un club di appassionati di montagna. Aveva fatto parte per un po di una squadra di soccorso alpino nelle Western Highlands. Logan doveva essere un uomo schivo e modesto, se no non avrebbe faticato a imporsi come leader a vantaggio di tutti. Alla sua sinistra stava Joseph Lacey, bracciante agricolo sessantatreenne, senza impiego fisso, capitano della squadra di bocce locale. Abitava con la moglie a Watlington, un paesino ai piedi del pendio. Ancora a sinistra cera il suo amico, Toby Greene, cinquantotto anni, bracciante pure lui, celibe, residente a Russells Water con la madre. Entrambi lavoravano sulla proprietà Stoner. Greene era quello con la tosse da fumatore. Poi veniva il pilota che cercava di entrare nel cesto, James Gadd, cinquantacinque anni, dirigente di una piccola azienda pubblicitaria, residente a Reading con la moglie e un figlio adulto, ritardato mentale. Dallinchiesta risultò che Gadd aveva violato una mezza dozzina di norme di sicurezza, cosa che il coroner annotò senza battere ciglio. A Gadd venne ritirata la licenza di volo. Il ragazzo nel cesto era Harry Gadd, suo nipote, di dieci anni, originario di Camberwell, Londra. Di fronte a me, con il pendio alla sua sinistra, stava Jed Parry. Ventotto anni, disoccupato, viveva grazie a una eredità a Hampstead.
Lequipaggio era questo. Per quanto ne sapevamo, il pilota aveva rinunciato alla propria autorità. Eravamo trafelati, emozionati, ciascuno deciso a portare a termine un piano diverso, mentre il bambino non era nemmeno più in grado di partecipare alle operazioni del suo salvataggio. Se ne stava ammucchiato sul fondo del cesto facendosi scudo al resto del mondo con gli avambracci. Lacey, Greene e io cercavamo di pescarlo quando Gadd incominciò a montarci addosso. Logan e Parry intanto gridavano suggerimenti. Gadd aveva piazzato un piede accanto alla testa di suo nipote, e Greene lo stava insultando, quando la cosa accadde. Una violenta raffica percosse il pallone in due rapidi colpi, un- due, il secondo ancor più spaventoso del primo. E già al primo non era mancato niente. La scossa scaraventò Gadd per terra fuori dal cesto, e sollevò il pallone a unaltezza più o meno di un metro e mezzo. Il considerevole peso di Gadd fu quindi sottratto alla delicata equazione. La fune prese a scorrermi fra le mani, scorticandone il palmo, ma riuscii a non mollare la presa e rimasi con mezzo metro di corda libera. Gli altri fecero altrettanto. Adesso la cesta era dritta sopra di noi che stavamo a braccia tese in alto come tanti campanari la domenica. Nel silenzio stupefatto che precedette il ritorno delle nostre grida, arrivò il secondo colpo: il pallone si alzò dirigendosi verso ovest. Allimprovviso camminavamo a mezzaria con tutto il corpo appeso alla stretta dei pugni.
Quel secondo o poco più di sospensione da terra occupa nella mia memoria lo spazio che potrebbe bastare a un lungo viaggio su un fiume inesplorato. Il primo impulso fu quello di rimanere avvinghiato per tenere giù il pallone. Il ragazzo era incapace di reagire e stava per essere trasportato in aria. A due miglia da lì in direzione ovest, cerano i cavi dellalta tensione. Cera un bambino da solo che aveva bisogno di aiuto. Era mio dovere non mollare, e pensai che avremmo fatto tutti lo stesso.
Quasi simultanei al desiderio di rimanere appeso alla corda e salvare il ragazzo, si presentarono altri pensieri, registrati in seguito come mera pulsione nervosa. In essi si confondevano paura e calcoli di complessità logaritmica eseguiti a velocità vertiginosa. Ci stavamo sollevando, e la terra precipitava lontano mentre il vento sospingeva a ovest il pallone. Sapevo di dover attorcigliare gambe e piedi alla corda. Ma lestremità libera della fune mi raggiungeva a stento la cintura e la presa si stava allentando. Le gambe mi penzolavano nel vuoto. A ogni frazione di secondo aumentava la nostra altezza da terra e sarebbe venuto il momento in cui lasciarsi andare sarebbe stato impossibile o fatale. Inoltre, in confronto a me, Harry era al sicuro, così rannicchiato nel cesto. Poteva anche darsi che il pallone si depositasse ai piedi della collina senza incidenti. E forse il mio impulso a non mollare non era altro che la conseguenza di ciò che avevo tentato di fare qualche minuto prima, la semplice incapacità di adattarmi rapidamente al mutato stato delle cose.
Poi, a meno di un battito del mio cuore inondato di adrenalina, una nuova variante fu introdotta nellequazione: qualcuno mollò, e il pallone si levò di unaltra manciata di metri con il suo carico di uomini appesi.
Non seppi allora, né ebbi poi modo di appurare, chi fosse stato il primo a mollare. Non sono pronto ad accettare lidea di essere stato io. Ma ognuno sostiene la stessa cosa. Di certo va detto che se non avessimo rotto le file, il nostro peso congiunto avrebbe portato a terra il pallone a un quarto di strada lungo la discesa, quando la raffica di vento si placò pochi secondi più tardi. Ma come ho già avuto modo di dire, non eravamo una squadra, non cera un progetto e neppure un accordo da infrangere. Nessun fallimento. Dunque, possiamo accettare che fosse la cosa giusta, ciascuno per sé? A cose concluse, fummo tutti soddisfatti della versione secondo la quale si trattò di uno sviluppo ragionevole degli eventi? No, quel conforto non ci toccò, perché cera un patto ben più profondo, istintivo e ancestrale scritto dentro la nostra natura. La cooperazione, la base del successo di primordiali imprese di caccia, la forza che sottende la nostra capacità di linguaggio, il collante della nostra coesione sociale. Lo sconforto del dopo fu prova della consapevolezza di aver tradito noi stessi. Eppure anche lasciar andare la fune era nella nostra natura. Anche legoismo ce lo portiamo scritto nel cuore. È questo il conflitto di noi mammiferi: quanto dare agli altri, e quanto tenere per noi. Allatto di calpestare la linea di tale confine, il controllo che esercitiamo sullaltro e quello che laltro esercita su di noi, costituisce ciò che noi chiamiamo etica. Appesi lassù a qualche metro di altezza sopra la scarpata delle Chiltern, il nostro equipaggio affrontò lantico irrisolto dilemma morale tra il noi e il sé.
Qualcuno optò per il sé, e a quel punto non ci fu più nulla da guadagnare scegliendo il noi. Per lo più, se ha senso, ci comportiamo bene. È buona quella società nella quale si renda utile e ragionevole fare il bene. Allimprovviso, appesi sotto quel cesto, ci trasformammo in una cattiva società, incominciammo il processo di disintegrazione. Allimprovviso, la scelta assennata fu quella di badare a noi stessi. Il bambino non era mio, e non intendevo morire per causa sua. Lattimo in cui con la coda dellocchio scorsi il corpo precipitare - ma il corpo di chi? - e sentii il pallone alzarsi di colpo, la faccenda era chiusa, ogni altruismo ormai fuori luogo. Fare il bene non aveva più senso. Lasciai andare e caddi, da unaltezza di cinque metri, direi. Atterrai di schianto sul fianco, e me la cavai con un livido sulla coscia. Intorno a me - prima o dopo, non posso affermarlo con sicurezza - altri corpi tonfavano a terra. Jed Parry non si fece nulla. Toby Greene si ruppe una caviglia. Joseph Lacey, il più anziano del gruppo che aveva fatto il servizio militare in un reggimento di paracadutisti, si raccolse su se stesso al momento dellimpatto.
Prima ancora che mi rimettessi in piedi, il pallone era già a cinquanta metri e cera ancora un uomo appeso alla corda. A quanto pare in John Logan, marito, padre, dottore e membro di una squadra di soccorso alpino, la fiamma dellaltruismo doveva ardere un po più forte. Non ci voleva molto. Quando noi quattro mollammo la presa, il pallone, libero dal peso di trecento chili, doveva essere salito di colpo. Lindugio di un altro secondo sarebbe stato sufficiente a eliminare ogni alternativa. Allora mi alzai e lo vidi ormai a una trentina di metri daltezza e in costante ascesa, proprio sul punto nel quale la terra prendeva a digradare. Non lottava, non scalciava, né cercava di issarsi sul cesto. Restava appeso perfettamente immobile lungo la linea disegnata dalla fune, concentrando tutte le sue energie sulla presa sempre più debole. Era ormai solo una figuretta piccina, quasi nera sullo sfondo del cielo. Del ragazzo, nessuna traccia. Il pallone e il suo cesto volavano in alto verso occidente e più Logan rimpiccioliva, più la situazione si faceva tremenda, tanto tremenda da risultare buffa, come una farsa, una comica, un cartone animato, così che dai polmoni mi uscì una risata atterrita. Era tutto talmente assurdo; questo era il genere di incidente che può capitare a Bugs Bunny, o a Tom e Jerry, e per un istante infatti, pensai che non fosse vero e che soltanto io fossi riuscito a smascherare lo scherzo, che la mia assoluta incredulità avrebbe riportato nei ranghi il mondo reale riconducendo a terra il dottor Logan sano e salvo.
Non so dire se gli altri fossero in piedi o ancora per terra. È probabile che Toby Greene fosse piegato dal dolore sulla sua caviglia. Ma ricordo bene il silenzio nel quale risuonò la mia risata. Nessuna esclamazione, nessuno che gridasse ordini come prima. Solo muta impotenza. Adesso Logan era a duecento metri di distanza e a forse novanta di altezza. Il nostro silenzio sigillò in qualche modo lineluttabile, come un mandato di esecuzione. O forse fu solo vergogna grondante di orrore, perché il vento intanto si era calmato e ci accarezzava appena la schiena. Logan rimase appeso alla fune talmente a lungo da farmi illudere che potesse restarci finché il pallone non fosse risceso, o finché il ragazzo non fosse riuscito a trovare la valvola del gas, o finché un raggio di luce, un dio o chissà quale altra diavoleria impossibile da cartone animato non fosse venuto a raccoglierlo. Mentre ancora mi cullavo in questa speranza, lo vedemmo scivolare verso lestremità della fune. E restare lì appeso. Per due, tre, quattro secondi. Poi lasciò andare. Persino allora, ci fu una frazione di tempo nella quale Logan semplicemente precipitava, e io continuavo a pensare che potesse verificarsi un caso determinato da qualche assurda legge fisica, da un fenomeno termico non più sbalorditivo di quello al quale stavamo assistendo, in grado di intervenire e di riportarlo su. Lo guardammo cadere. Laccelerazione era visibile. Nessun perdono, nessuna dispensa particolare per il corpo, in virtù del coraggio o della bontà divina. Semplice, impietosa legge di gravità. E da un punto imprecisato, forse da lui o forse dalla gola di un corvo indifferente, un verso acuto tagliò laria ferma. Cadde come era rimasto appeso, come un rigido bastoncino nero. Non ho mai visto una cosa più atroce di quelluomo che precipitava.

Capitolo secondo



Sarà meglio rallentare un po. Prestare attenta considerazione al mezzo minuto che seguì la caduta di John Logan. Quanto accadde simultaneamente o in rapida successione, quanto fu detto, i nostri movimenti o la nostra incapacità di agire, quello che mi passò per la mente: questi dettagli meritano di essere analizzati uno alla volta. Lincidente ebbe tali e tante conseguenze, si sviluppò in un tale groviglio di ramificazioni a partire da quei primi istanti, diede vita a un tale dedalo di amore e di odio, che un po di riflessione, di pedanteria persino, non può che farmi bene. La miglior descrizione di un fatto reale non ha bisogno di imitarne la velocità. Ai primi trenta secondi di storia delluniverso sono dedicati interi volumi, interi dipartimenti di ricerca. Vertiginose teorie sul caos primordiale e il disordine si fondano sullineliminabile studio delle condizioni iniziali descritte con precisione accurata.
Ho già individuato il mio inizio, il detonatore delle conseguenze, nellattimo che coincide con la bottiglia di vino sulla mano e il grido disperato. Tuttavia tale bandierina sulla mappa non è meno arbitraria della scelta di un punto nella geometria Euclidea e, per quanto appaia corretta, avrei potuto proporre il momento in cui Clarissa e io organizzammo il picnic dopo lincontro in aeroporto, o quello in cui scegliemmo il percorso, o il prato sul quale pranzare, nonché lora scelta per farlo. È sempre possibile rintracciare cause antecedenti. Linizio è un artificio, e ciò che induce a preferirne uno ad un altro è solo la ricaduta che quel momento ha su quanto segue. La sensazione tattile del vetro freddo sulla pelle e il grido di James Gadd: è la sincronia di questi eventi a fissare una transizione, un allontanamento dal prevedibile: dal vino che non assaggiammo neppure (lo bevemmo poi quella sera per stordirci) al mandato di comparizione, dalla vita felice che pensavamo di proseguire, al tormento che ci sarebbe toccato da lì in poi.
Quando lasciai cadere la bottiglia per attraversare di corsa il prato e raggiungere il pallone con il suo cesto ballonzolante, oltre che Jed Parry e gli altri, tra le tante diramazioni dei sentieri, io ne scelsi una che precludeva un certo genere di esistenza serena. Gli eventi fondamentali che diedero forma alla nostra storia furono la faticosa lotta con le funi, la rottura dei ranghi e il destino di Logan. Solo ora tuttavia capisco come nei momenti immediatamente successivi alla sua caduta si siano verificati altri minimi avvenimenti in grado di esercitare una poderosa influenza sul futuro. Lattimo in cui Logan toccò terra doveva segnare lepilogo di questa storia, anziché un ulteriore inizio. Il pomeriggio poteva concludersi in mera tragedia.
Nel paio di secondi che Logan impiegò a precipitare, io sperimentai una sensazione di déjà vu, e me ne fu subito chiara la causa. Ricordai un incubo ricorrente dal quale, tra i venti e i trentanni, mi risvegliavo urlando. Lo scenario variava, ma gli elementi essenziali erano sempre gli stessi. Mi trovavo in un luogo elevato e osservavo a distanza il verificarsi di un disastro: un terremoto, lincendio di un grattacielo, laffondamento di una nave, un vulcano in eruzione. Vedevo gente impotente ridotta dalla lontananza a una massa indistinta, correre in ogni direzione in preda al panico e alla certezza di morire. Lorrore era dato dal contrasto tra le loro apparenti proporzioni e lenormità della sofferenza patita. La vita mi si rivelava come cosa da poco; migliaia di individui urlanti, non più grandi di formiche, erano sul punto di venire annientati e io non potevo fare nulla per aiutarli. Al tempo non riflettevo granché su quel sogno; più che altro me ne restava un sedimento emotivo le cui componenti erano terrore, senso di colpa e impotenza, e la nausea di quando si realizza un presagio.
Proprio sotto di noi, là dove il pendio tornava a livellarsi, si apriva una distesa erbosa adibita al pascolo e cintata da un filare di salici capitozzati. Più in là si dispiegava un prato più vasto sul quale brucavano delle pecore e qualche agnello. Fu al centro di questo secondo terreno, che Logan atterrò davanti agli occhi di tutti noi. Limpressione mia fu che al momento dellimpatto la figuretta sottile si riversasse come fluendo a terra, come una goccia di liquido colloso. Ma ciò che vedemmo nella successiva immobilità, fu il mucchietto compatto della sua persona, come ricomposto. La pecora più vicina, cinque metri più in là, nemmeno si degnò di levare gli occhi dallerba che stava brucando.
Joseph Lacey si stava occupando del suo amico Tobey Greene, che non riusciva ad alzarsi. Accanto a me cera Jed Parry. Poco dietro di noi stava James Gadd. A lui la sorte di Logan interessava meno che agli altri. Gridava di suo nipote, trascinato dal pallone sulla piana di Oxford e verso la linea dei tralicci dellalta tensione. Gadd si aprì un varco tra noi e scese di qualche passo lungo il colle, come se intendesse inseguire il velivolo. Ricordo di aver stupidamente pensato che dipendesse dal suo coinvolgimento genetico. Clarissa mi raggiunse alle spalle e mi cinse la vita con le braccia, premendomi il viso contro la schiena. Ciò che mi sorprese fu il constatare che stava già piangendo (mi sentivo la camicia bagnata) mentre a me il dolore sembrava unesperienza ben di là da venire.
Come il personaggio di un sogno vivevo al tempo stesso in prima e in terza persona. Agivo, e mi vedevo agire. Avevo dei pensieri, e li vedevo scorrere su di uno schermo. E come in un sogno, le mie reazioni emotive erano inesistenti o inadeguate. Le lacrime di Clarissa non erano più di un fatto contingente, mentre mi compiacevo di come i miei piedi fossero ben ancorati a terra e divaricati, e di come tenessi le braccia incrociate sul petto. Guardai lontano sui prati e vidi scorrermi in mente il pensiero: quelluomo è morto. Mi sentii pervadere da una sensazione di calore, come se mi volessi più bene, e strinsi forte le braccia intorno al corpo. Il corollario pareva essere: e io sono vivo. Chi fosse vivo e chi morto in un momento qualsiasi, dipendeva solo dal caso. A me era toccato di vivere. Fu a quel punto che notai Jed Parry intento a osservarmi. Sulla sua lunga faccia ossuta si disegnava un quesito sofferto. Appariva mortificato, come un cane in attesa di una punizione. Nel paio di secondi durante i quali gli occhi grigio azzurri di quello sconosciuto incrociarono i miei, mi sembrò di poter includere anche lui nel compiaciuto senso di benessere che provavo nellessere vivo. Pensai addirittura di toccargli una spalla in segno di conforto. I miei pensieri intanto passavano sullo schermo: questuomo è sconvolto. Ha bisogno del mio aiuto.
Se avessi saputo che cosa significava per lui il mio sguardo, e come in seguito lo avrebbe ricostruito per edificarci intorno unesistenza immaginaria, non mi sarei mostrato così affettuoso. In quel suo sguardo interrogativo e triste stava per svilupparsi ciò di cui ero ancora assolutamente alloscuro. La calma euforica che provavo era solo sintomo dello shock subito. Offrii a Parry un cordiale cenno di assenso e, ignorando Clarissa alle mie spalle - ero un uomo molto impegnato e intendevo occuparmi di ognuno di loro singolarmente - in un tono di voce che mi parve profondo e rassicurante, gli dissi: - Va tutto bene.
Questa flagrante menzogna mi risuonò in petto procurandomi un tale piacere che per poco non la ripetei. Ero stato il primo a parlare dal momento in cui Logan aveva toccato terra. Misi una mano in tasca ed estrassi, di tutte le cose possibili in una simile circostanza, un telefono cellulare. Interpretai limpercettibile occhiata del giovane come unespressione di stima. Era quello comunque il sentimento che provavo nei miei riguardi, mentre reggevo nel palmo la sottile lastra compatta e, con il pollice della stessa mano, componevo il 999. Ero un uomo di mondo, equipaggiato, allaltezza della situazione, in contatto con la realtà. Quando il centralinista rispose, chiesi lintervento della polizia e di unambulanza e fornii il resoconto lucido e stringato dellincidente e del pallone trascinato dal vento con il bambino a bordo, e della nostra posizione e dellaccesso stradale più vicino. Era tutto ciò che potevo fare per contenere la mia emozione. Avrei voluto gridare qualcosa: ordini, suggerimenti, suoni inarticolati. Ero inquieto, su di giri, forse sembravo felice.
Quando spensi il telefono, Joseph Lacey disse: - Non gli serve più lambulanza.
Greene sollevò lo sguardo dalla caviglia. - Servirà comunque per portarlo via.
Adesso ricordavo. Ma certo. Ecco cosa mi ci voleva: qualcosa da fare. Ormai ero fuori di me, avrei potuto picchiare qualcuno, mettermi a correre, a ballare, qualunque cosa. - Magari non è morto, - dissi. - Non si può mai dire. Andiamo a dare unocchiata.
Mentre pronunciavo queste parole, incominciai a percepire il tremito alle gambe. Lidea era quella di incamminarmi giù per il pendio, ma non mi fidavo del mio equilibrio. In salita sarei stato più sicuro. Dissi a Parry: - Venga con me -. Voleva essere un suggerimento, ma uscì come una richiesta, un bisogno. Lui mi guardava, incapace di replicare. Ogni dettaglio, gesto, parola intanto veniva registrato, raccolto e ammucchiato, per trasformarsi in carburante per il lungo inverno della sua ossessione.
Mi liberai dellabbraccio di Clarissa prima di voltarmi. Non mi passò neppure per la mente che stesse cercando di tenermi fermo dove stavo. - Andiamo, - dissi a bassa voce. - Forse possiamo ancora renderci utili -. Sentii la dolcezza del tono, lefficace abbassamento di volume. Ero in piena soap opera. Ora lui si rivolge alla donna e le parla. Una scena intima, un doppio primo piano.
Clarissa mi appoggiò una mano sulla spalla. In seguito mi confessò che aveva pensato di darmi uno schiaffo. - Joe, - sussurrò. - È meglio che ti calmi.
- Ma che avete? - dissi alzando un po la voce. Cera un uomo agonizzante a terra e nessuno muoveva un dito. Clarissa mi guardò e, benché le sue labbra apparissero pronte a formulare delle parole, non volle dirmi perché mai avrei dovuto calmarmi. Mi voltai per rivolgermi agli altri che intanto mi aspettavano, fermi sul prato, perciò pensai spettasse a me dir loro cosa fare. - Io vado da lui. Qualcuno vuole venire? - Non aspettai la risposta, ma tagliai per la scarpata, consapevole dellinaffidabilità delle mie ginocchia che tenevo a bada accorciando i passi. Venti secondi dopo, lanciai unocchiata alle mie spalle. Nessuno si era mosso.
Man mano che procedevo, la frenesia si attenuava e incominciai a sentirmi intrappolato e solo nella mia decisione. Inoltre cera una paura, non dentro di me, ma spalmata su quel prato come un velo di foschia e più fitta verso il centro. Ormai ci stavo entrando senza possibilità di scelta, perché gli altri mi guardavano, e tornare indietro avrebbe significato arrampicarsi su per la collina, raddoppiando lumiliazione. Lo stato di ebbrezza se ne andava lasciando il posto alla paura insinuante. Il morto che non volevo incontrare mi stava aspettando in mezzo al prato. Trovarlo vivo e agonizzante sarebbe stato ancor peggio. In quel caso sarei stato costretto a vedermela da solo con le mie scarse nozioni di pronto soccorso, che non avrebbero ingannato neanche un bambino. Lui di certo non ci sarebbe cascato. Avrebbe deciso di morire comunque e io mi sarei ritrovato la sua morte tra le mani. Volevo girarmi e chiamare a gran voce Clarissa, ma loro mi stavano guardando, lo sapevo, e mi ero tanto scaldato là sopra che adesso mi vergognavo. Quella lunga discesa era il mio castigo.
Raggiunsi il filare di salici capitozzati in fondo alla collina, scavalcai un fosso secco e una recinzione di filo spinato. Ormai gli altri non mi vedevano più e io avevo voglia di vomitare. Per intanto, urinai contro un albero. La mano mi tremava forte. Rimasi fermo un po, nel tentativo di rimandare il momento in cui sarei stato costretto ad attraversare il prato. Lidea di non essere visto mi era di conforto, come trovare riparo dal sole nel deserto. Sapevo dove stava Logan, ma non volevo guardare, nemmeno da quella distanza.
Le pecore che al momento dellimpatto non avevano sollevato lo sguardo, mi fissarono prima di indietreggiare nel loro modo incerto e frettoloso. Mi sentivo un po meglio. Tenevo Logan ai margini del mio campo visivo, ma non potevo far finta di non sapere che non era sdraiato a terra. Qualcosa sporgeva al centro di quel prato, un moncone di antenna di quel che era o restava di lui. Solo quando mi trovai a una ventina di metri, mi concessi di vederlo. Sedeva ritto dandomi la schiena, come se meditasse o scrutasse nella direzione in cui il pallone si era allontanato con Harry. La sua postura era calma e composta. Mi avvicinai, istintivamente irritato al pensiero di prenderlo alle spalle, ma lieto di non poterlo vedere in faccia. Mi aggrappavo ancora alla possibilità che esistesse un modo, una legge fisica, un fenomeno del quale ero alloscuro, che gli avrebbe permesso di sopravvivere. Il fatto che se ne stesse tranquillamente seduto sul prato, come se volesse ricomporsi dopo quella terribile esperienza, mi ridiede speranza e mi indusse a schiarirmi stupidamente la voce per poi dire, sapendo che nessun altro mi avrebbe sentito: - Ha bisogno di aiuto? - In quel momento non mi pareva così ridicolo. Gli vedevo i capelli ondulati sul colletto della camicia e la pelle scottata dal sole intorno alle orecchie.
La giacca di tweed non sembrava sporca, anche se gli cadeva addosso in modo strano, perché aveva le spalle più strette del dovuto. Più strette delle spalle di un qualsiasi uomo adulto. Dalla base del collo non si apriva alcuna ampiezza laterale. La struttura ossea era collassata dallinterno dando origine a una specie di fusto con la testa in cima. A quella vista, mi resi conto che quello che avevo interpretato come calma composta, in realtà era assenza. Non cera nessuno là dentro. La quiete era quella di un corpo inanimato e ancora una volta capii, perché avevo visto altri cadaveri in passato, per quale ragione in tempi precedenti lavvento della scienza si fosse sentito il bisogno di inventare lanima. Non era meno evidente dellillusione prodotta dal sole della sera che sprofonda in cielo. Il subitaneo interrompersi di innumerevoli stimoli nervosi e reazioni biochimiche suggeriva allocchio nudo delluomo limmagine illusoria di una fiammella che si spegne, o della semplice scomparsa di un unico elemento essenziale. Per quanto scientificamente informati possiamo considerarci, timore e rispetto continuano a sorprenderci in presenza dei morti. Forse è in realtà la vita che non comprendiamo.
Furono questi i pensieri con i quali cercavo di proteggermi, mentre mi decidevo a fare il giro intorno al cadavere. Stava seduto in un lieve affossamento del terreno. Non vidi Logan morto finché non gli vidi la faccia alla quale peraltro rivolsi appena unocchiata. Benché la pelle fosse intatta, era difficile definirlo ancora un volto perché non era rimasto un solo osso intero e limpressione riportata, prima di allontanare lo sguardo, fu quella di una radicale, picassiana violazione di ogni prospettiva. Può darsi che mi sia solo immaginato la disposizione verticale degli occhi. Mi voltai dallaltra parte e vidi Parry venirmi incontro sul prato. Doveva avermi seguito subito perché era già a distanza di voce. Doveva anche avermi visto fermarmi sotto gli alberi.
Lo osservai oltre il capo di Logan, lui rallentò e mi disse: - Non lo tocchi, per carità, non lo tocchi.
Non ne avevo avuto la minima intenzione, ma non replicai. Era come se vedessi Parry per la prima volta in vita mia. Se ne stava ritto con le mani sui fianchi a fissare non Logan, ma me. Persino in quel momento, lo interessavo di più io. Era venuto per dirmi qualcosa. Era alto, magro, ossuto, scattante, e sembrava in forma. Indossava un paio di jeans e scarpe da ginnastica nuovissime, coi lacci rossi. Le ossa sporgevano a disegnare armoniosamente la sua struttura, al contrario di quelle di Logan. Le nocche delle dita ripiegate sulla cintura di cuoio erano grandi e nodose sotto la pelle bianca e tesa. Gli zigomi, alti e sporgenti, insieme alla coda di cavallo gli conferivano laspetto di un pallido guerriero pellerossa. Era di corporatura notevole, persino un po minacciosa, ma la voce rovinava tutto leffetto. Era flebile, esitante, priva di accento regionale ma sporca di un ricordo londinese, la traccia di un passato rimosso, o di una posa. Secondo il costume linguistico della sua generazione, Parry pronunciava le affermazioni con inflessione ascendente, interrogativa; una modesta imitazione di americani, o australiani o, secondo quanto avevo sentito sostenere da un linguista, la dimostrazione fonetica di un impaccio eccessivo nella formulazione di un giudizio, di unincertezza esagerata nel dire come stanno davvero le cose.
Va da sé che allora non pensai nulla di tutto questo. Quello che udii fu semplicemente un gemito di impotenza, e mi rilassai. Le sue parole furono: - Clarissa è molto in ansia per lei? Le ho detto che scendevo a vedere come stava?
Il mio silenzio era ostile. Ero vecchio abbastanza per trovare fastidioso quelluso arrogante dei nomi di battesimo, come pure, la presunzione di conoscere lo stato danimo di Clarissa. A quel punto della storia, neppure sapevo il nome di Parry. Nonostante il cadavere seduto in mezzo a noi, le leggi della civile convenienza avevano la meglio. Seppi più tardi da Clarissa che Parry le si era avvicinato per presentarsi e quindi aveva deciso di seguirmi giù per la collina. Lei non gli aveva detto nulla al mio riguardo. - Si sente bene?
Dissi: - A questo punto non ci resta che aspettare, - indicando con la mano la strada che correva a un prato di distanza da noi.
Parry mi si avvicinò di un paio di passi e guardò prima Logan, poi me. Gli occhi grigio azzurri scintillavano. Che fosse emozionato si vedeva, ma nessuno avrebbe mai indovinato fino a che punto. - Secondo me, cè una cosa che possiamo fare.
Guardai lora. Erano passati quindici minuti da quando avevo chiamato il pronto soccorso. - Faccia pure quel che crede, - dissi.
- Ma è una cosa che possiamo fare insieme? - fece lui guardandosi intorno alla ricerca di un posto adatto. La mia mente fu attraversata dal pensiero folle che stesse proponendo chissà quale oscenità da perpetrare sul cadavere. Si stava chinando e, con lo sguardo, mi invitava a fare lo stesso. Allora capii. Si era inginocchiato.- Intendevo dire, - affermò con una serietà che scoraggiava qualunque ironia, - che possiamo pregare insieme? - Non mi diede il tempo di replicare, cosa del resto impossibile perché ero senza parole. E aggiunse: - È difficile, lo so. Ma ne trarrà giovamento. In momenti come questo, aiuta, mi creda.
Indietreggiai di un passo da Logan e Parry. Ero a disagio, e il mio primo pensiero fu quello di non offendere un credente. Ma mi controllai. Lui non si era preoccupato delleventualità di offendere me.
- Mi rincresce, - dissi cortesemente. - Non fa per me.
Dalla posizione genuflessa, Parry si sforzò di esprimersi in modo razionale. - Senta, noi due non ci conosciamo e non cè ragione per cui debba fidarsi di me. Si dà il caso però che il buon Dio ci abbia voluti entrambi testimoni di questa tragedia perciò a noi tocca, lei capisce, trarne un insegnamento? –
Poi, vedendo che non mi muovevo, proseguì: - Secondo me lei ha un disperato bisogno di pregare?
Mi strinsi nelle spalle e dissi: - No, mi scusi. Ma lei faccia pure. - Americanizzai il tono della voce per conferire alle parole una spensieratezza che non sentivo.
Parry non voleva cedere. Era ancora in ginocchio. - Forse non mi sono spiegato. Non vorrei che lo considerasse una specie di dovere. È come se qualcuno venisse incontro ai suoi bisogni, mi segue? Io non centro affatto, per la verità, sono solo un messaggero. Si tratta di un dono.
Adesso che si faceva più insistente le ultime tracce del mio disagio svanirono. - Grazie, no.
Parry chiuse gli occhi e tirò un lungo sospiro; più che pregare pareva raccogliesse le forze. Decisi di rincamminarmi su per la collina. Quando senti che mi allontanavo, si alzò e venne verso di me. Non voleva proprio lasciarmi andare. Voleva a tutti i costi convincermi, ma non aveva intenzione di modificare i suoi modi pazienti e comprensivi. Pareva perciò sorridere facendo breccia nella sofferenza, quando disse: - La prego, non rinunci. Lo so che non fa parte delle sue abitudini. Voglio dire che non occorre credere a nulla, basta abbandonarsi alla preghiera e le prometto, le prometto...
Mentre inciampava sulle proporzioni della promessa, lo interruppi, e mi feci indietro. Sospettavo che da un momento allaltro potesse decidere di allungare una mano per toccarmi. - Senta, mi rincresce. Adesso torno a vedere come sta la mia amica -.
Qualcosa mi impediva di pronunciare il nome di Clarissa in sua presenza.
Probabilmente sapeva che ormai lunica speranza di riuscire a trattenermi dipendeva da un radicale cambiamento nel tono della voce. Avevo già fatto un discreto numero di passi, quando, con fare brusco, mi disse: - Va bene, va bene. Abbia solo la gentilezza di dirmi una cosa.
Impossibile resistere. Mi fermai per voltarmi.
- Che cosa glielo impedisce? Voglio dire, è in grado di dirmelo, lei personalmente sa di che si tratta?
Per un istante pensai che non gli avrei risposto. Volevo fargli intendere che la sua fede non aveva alcuna ricaduta morale su di me. Poi però cambiai idea e dissi: - Niente. Non cè niente che me lo impedisce.
Mi si stava avvicinando di nuovo, le braccia lungo i fianchi, mentre il gesto teatrale delle mani aperte e rivolte allinsù mimava la perplessità di un uomo ragionevole. - E allora perché non ci prova? - disse accompagnando le parole con una risata scanzonata. - Magari scoprirebbe qualcosa, ad esempio, la forza che può trarne. La prego, perché no?
Di nuovo, esitai e per poco non dissi nulla. Ma decisi che doveva sapere la verità. - Per la semplice ragione, amico mio, che nessuno ci ascolterebbe. Non cè nessuno lassù.
Parry fletteva la testa di lato e a poco a poco sul suo volto si disegnò il più felice dei sorrisi. Mi chiesi se mi avesse sentito bene, visto che, a guardarlo, pareva che gli avessi appena detto di essere Giovanni Battista. Fu allora che notai, dietro di lui, due poliziotti impegnati a scavalcare un cancello a cinque sbarre. Mentre correvano sul prato verso di noi, uno dei due si teneva il cappello con la mano, come in una scena da telefilm. Arrivavano con lintento di conferire ufficiale svolgimento al destino di John Logan e, dal mio punto di vista, anche per liberare me dal potere irradiante dellamore e della misericordia di Jed Parry.
Capitolo terzo



Entro le sei del pomeriggio stesso eravamo di ritorno a casa, nella nostra cucina dove tutto sembrava uguale a prima: dallorologio a muro sulla porta ai ricettari di Clarissa, allappunto in fiorita calligrafia lasciato il giorno avanti dalla signora delle pulizie. Linalterato disordine della mia tazza di caffè e del giornale aveva un che di blasfemo. Mentre Clarissa portava i bagagli in camera da letto, io sgombrai il tavolo, poi stappai il vino del picnic e presi due bicchieri. Ci sedemmo uno di fronte allaltra e incominciammo.
In macchina ci eravamo detti poco. Pareva già abbastanza essere usciti indenni dal traffico. Ma adesso veniva fuori a fiotti, come un torrente, unautopsia, un interrogatorio, il ripetersi di unesperienza, una prova generale del dolore, e una cerimonia di esorcismo del terrore. Quella sera ci ripetemmo ogni evento e ogni nostra sensazione così tante volte, riadattando le frasi parola per parola, risistemandole, che a nessuno sarebbe potuto sfuggire lelemento rituale della cosa, come se quelle non fossero solo descrizioni ma anche formule magiche. Cera un conforto nella ripetizione, lo stesso che trovavamo nel risentire il peso familiare del bicchiere di vino nella mano, e nel rivedere il tavolo in legno dabete che era appartenuto alla bisnonna di Clarissa. La sua superficie era segnata da piccole tacche, ammaccature e incisioni di coltelli lungo i bordi, consumati da gomiti come i nostri; mi era capitato spesso di pensare: chissà quante crisi, quante morti sono già state raccontate intorno a questo tavolo.
Clarissa ripassò in fretta linizio della sua storia: il groviglio confuso di uomini e funi ciondolanti, le grida e le imprecazioni, lei che si era fatta avanti per prestare aiuto ma non aveva più trovato una corda per appendersi. Rovesciammo insieme una valanga di improperi su James Gadd, il pilota, e sulla sua incompetenza, ma la cosa non ci protesse a lungo dal pensiero di tutto ciò che avremmo dovuto fare per impedire la morte di Logan. Passammo subito a considerare il momento in cui aveva lasciato la fune, e su quello ritornammo molte altre volte quella sera. Le descrissi come lavevo visto appeso in cielo prima di precipitare, e lei mi disse di essere stata folgorata da un verso di Milton: Lo gettò capofitto fiammeggiante dalletereo cielo. Ma continuavamo a ritrarci dal momento cruciale, a girargli intorno, a prenderne le distanze finché non lo mettemmo con le spalle al muro e riuscimmo a domarlo con le parole. Tornammo alla lotta col pallone e le funi. Provavo il malessere tipico del senso di colpa, qualcosa di cui ancora non ero in grado di parlare. Mostrai a Clarissa lescoriazione che la corda mi aveva fatto sulle mani. In meno di mezzora, avevamo dato fondo alla bottiglia di Gassac. Clarissa si portò le mie mani alle labbra e le baciò. La guardavo negli occhi meravigliosamente verdi, ma lattimo non poteva durare; quel genere di pace non ci era concessa. Lei trasalì, dicendo: - Dio mio, però, quando è caduto! - e io mi alzai di scatto per andare a prendere del beaujolais dalla rastrelliera.
Tornammo alla caduta, a quanto Logan ci aveva messo prima di toccare terra, due secondi, forse tre. Ma subito ripiegammo su eventi marginali, larrivo della polizia, gli uomini dellambulanza, uno dei quali non era abbastanza robusto da sostenere la barella sulla quale era stato caricato Greene, e si era fatto aiutare da Lacey a trasportarla fino alla fine del prato; e il carro attrezzi che aveva portato via lauto di Logan. Provammo a immaginare la scena, la consegna della vettura vuota alla casa di Oxford dove la signora Logan aspettava con i due bambini. Anche questo però era intollerabile, perciò tornammo al racconto di noi due. Lungo i fili di quella narrazione si trovavano i nodi, grovigli di orrore sui quali a tutta prima non potevamo rivolgere lo sguardo, e che riuscivamo solo a sfiorare per poi fare marcia indietro e tornarci sopra di nuovo. Eravamo come prigionieri in una cella, ci lanciavamo contro le pareti cercando di spostarle a testate. A poco a poco la prigione si fece più spaziosa.
È strano ricordare come largomento Jed Parry ci apparisse più rassicurante. Clarissa mi raccontò di come le si fosse avvicinato per presentarsi e di come lei avesse fatto altrettanto. Non si erano stretti la mano. Poi lui si era messo a seguirmi giù per la collina. Io raccontai lepisodio della preghiera in tono comico e la feci ridere. Clarissa intrecciò le dita alle mie e le strinse forte. Volevo dirle che lamavo, ma allimprovviso tra noi si frapponeva la sagoma di Logan, seduto ritto e immobile. Fui costretto a descriverlo. Nel ricordo era anche peggio di come mi era apparso sul momento. Lo shock doveva aver attenuato le mie reazioni. Incominciai a spiegarle come i suoi lineamenti sembrassero sconvolti, e interruppi la descrizione per dirle della differenza che percepivo tra il prima e il poi, e di come una specie di logica da sogno avesse reso quasi ordinario uno spettacolo di per sé insopportabile, di come non mi fosse sembrato fuori luogo intrattenere una conversazione con Parry di fronte al cadavere devastato di Logan. E ancora adesso mentre ne parlavo mi resi conto che continuavo a evitarlo, Logan, che avevo interrotto la descrizione iniziata perché tuttora non ero in grado di contenere mentalmente i fatti, e sentivo il bisogno di dire anche questo a Clarissa. Lei osservava paziente il complesso percorso a ritroso dei miei ricordi, delle emozioni e dei commenti a entrambi. Non era che non riuscissi a trovare le parole; piuttosto, non stavo dietro alla velocità dei pensieri. Clarissa spostò la sedia e fece il giro del tavolo per venire da me. Si premette la mia testa contro il seno. Tacqui e chiusi gli occhi. Tra le fibre del suo maglione era rimasto lodore del vento ed ebbi la sensazione che il cielo mi si spalancasse di fronte.
Poco dopo avevamo recuperato le postazioni e sedevamo come due meticolosi artigiani intenti a rifinire i contorni di ricordi troppo aguzzi, a martellare lineffabile in forma di parole, a cucire sensazioni isolate nel tessuto della narrazione, finché Clarissa non ci riportò alla caduta, al preciso momento in cui Logan era scivolato lungo la fune, vi era rimasto appeso per quellultimo prezioso istante, e poi aveva lasciato andare. Era lì che doveva ritornare, quella limmagine che aveva aderito alla sua memoria sconvolta. Ripeté tutto da capo, compresi i versi del Paradiso Perduto. Poi mi confessò di avere anche lei sperato in una sorta di soluzione miracolosa, mentre Logan stava precipitando. Laveva pensata sotto forma di angeli, non i reprobi di Milton scaraventati giù dal cielo, bensì lincarnazione di ogni virtù e giustizia in una figura dorata scesa dalle nubi per accogliere tra le braccia luomo in caduta libera. Nel delirio di quellattimo carico di pensieri le era sembrato che la caduta di Logan rappresentasse una sfida alla quale nessun angelo avrebbe saputo resistere, e che la sua morte fosse perciò prova inconfutabile della loro non esistenza. Perché, ci occorreva una prova? avrei voluto chiederle, ma lei mi stava stringendo la mano e diceva: - Era un bravuomo, - con un improvviso tono di supplica, come se io fossi sul punto di condannarlo. - Cera il bambino nel cesto, e Logan non ha voluto mollare. Aveva figli anche lui. Era un bravuomo.
In seguito a un banale intervento chirurgico subito a poco più di ventanni, Clarissa era rimasta sterile. Lei si era convinta che la sua cartella clinica fosse stata scambiata con quella di unaltra paziente, ma non possedeva prove certe del fatto, e linterminabile azione legale si era arenata tra ostacoli e ritardi. Poco per volta, la tristezza si era consumata e Clarissa aveva ricostruito la propria vita assicurandosi che i bambini continuassero a farne parte. Nipoti, figliocci, figli di vicini e vecchi amici, ladoravano tutti. Lei si ricordava di ogni compleanno e non mancava un Natale. In casa nostra cera una stanza, a metà tra la nursery e il covo di un adolescente, che di quando in quando ospitava bambini piccoli e meno piccoli. Gli amici consideravano Clarissa una donna di successo e soddisfatta, e per lo più non si sbagliavano. Solo ogni tanto accadeva qualcosa che andava a riaprire le vecchie ferite. Cinque anni prima dellincidente del pallone, quando ci conoscevamo da due anni, Marjorie, una sua cara amica dei tempi delluniversità, aveva perso un bambino di quattro settimane per una rara infezione batterica. Clarissa era andata a Manchester a vedere il piccolo cinque giorni dopo la nascita e si era poi trattenuta una settimana per aiutare lamica. La notizia della morte del piccolo la stroncò. Non avevo mai visto nessuno soffrire in modo così devastante. Il nodo centrale del problema non era tanto la sorte del bambino, quanto la perdita di Marjorie che Clarissa viveva come propria. Ciò che affiorò fu il lutto di Clarissa per un bambino fantasma, frutto mancato dellamore. Il dolore di Marjorie diventò quello di Clarissa. Qualche giorno dopo aveva ricostituito le proprie difese, e aveva cercato di dare il maggior conforto possibile allamica.
Questo era lesempio più sintomatico. Altre volte, invece, il bambino non concepito si manifestava solo in turbamenti passeggeri. Ora in John Logan, Clarissa vedeva un uomo disposto a morire per evitare il tipo di perdita che lei stessa sentiva di aver vissuto. Il bambino non era suo, ma lui comunque era un padre e aveva capito. Quel genere di amore aveva fatto breccia nelle difese di Clarissa. Nel tono supplichevole con il quale aveva detto «Era un bravuomo», lei stava chiedendo perdono al proprio passato, al fantasma del suo bambino.
Lidea inconcepibile era che Logan fosse morto per niente. Si era saputo che Harry Gadd, il bambino, era rimasto incolume. Io avevo mollato la fune. Io avevo contribuito a uccidere John Logan. Mi sentivo invadere dalla nausea del senso di colpa, eppure cercavo di convincermi che era stato giusto agire così. Se non lo avessi fatto, Logan e io saremmo potuti precipitare insieme, e quella sera Clarissa si sarebbe ritrovata sola. Nel tardo pomeriggio avevamo saputo dalla polizia che il bambino era atterrato sano e salvo una ventina di chilometri a ovest. Quando si era reso conto di essere solo, aveva dovuto darsi da fare per mettersi in salvo. Non più spaventato dal panico del nonno, aveva recuperato il controllo, facendo tutte le operazioni giuste. Aveva lasciato che il pallone salisse oltre i cavi dellalta tensione, poi aveva aperto la valvola del gas consentendo al velivolo di effettuare un atterraggio tranquillo su un prato nei pressi di un centro abitato.
Clarissa non parlava più. Si sosteneva il mento sulla mano ripiegata e fissava la superficie del tavolo. - Sì, - dissi alla fine, - Voleva salvare il bambino -. Scosse piano la testa, contemplando mentalmente un pensiero inespresso. Io rimasi in attesa, pago di sfuggire alle mie emozioni per aiutare lei a confrontarsi con le sue. Quando sentì il mio sguardo su di sé, alzò gli occhi. - Tutto questo deve avere un senso, - disse con voce stanca.
Esitai. Non mi era mai piaciuta quella scuola di pensiero. La morte di Logan era assurda: a questo in parte era dovuto il nostro stato di shock. Certe volte la brava gente soffre e muore, non perché qualcuno voglia metterne alla prova la virtù, ma proprio perché non esiste nessuno che possa farlo. Nessuno, a parte noi. Tacqui troppo a lungo, e lei infatti aggiunse: - Niente paura, Joe. Non sto impazzendo. Voglio solo dire, come ci racconteremo questa storia?
Dissi: - Abbiamo cercato di renderci utili e non ci siamo riusciti.
Sorrise e scosse il capo. Mi avvicinai alla sua sedia, la abbracciai e, con fare protettivo, la baciai sui capelli. Mi premette la faccia contro la camicia con un sospiro, e mi cinse intorno alla vita. La voce mi arrivò smorzata. - Sei così scemo tu. Sei talmente logico certe volte che sembri un bambino...
Intendeva attribuire alla razionalità una sorta di innocenza? Non lo seppi mai, perché le sue mani intanto si spostavano leggere dalle mie natiche ai genitali. Mi accarezzò i testicoli e, mentre mi slacciava la cintura per sfilarmi la camicia e baciarmi la pancia, la sua mano non si mosse. - Te la dico io una cosa, brutto scemo. Abbiamo visto insieme una scena orribile. Che non se ne andrà più via, perciò dobbiamo aiutarci. Il che significa che dovremo amarci anche più di prima.
Ma certo. Come avevo fatto a non pensarci? Come mai a me quelle cose non venivano in mente? Avevamo bisogno damore. Io mi ero sforzato di negarmi persino una sua carezza, considerando ogni gesto daffetto inadeguato, unindulgenza irriverente di fronte alla morte. Qualcosa da recuperare in seguito, una volta esaurite le parole e il confronto sullaccaduto. Clarissa aveva reso possibile una svolta verso lessenziale. Mano nella mano, ci avviammo in camera nostra. Sedette sul bordo del letto e io la spogliai. Quando la baciai sul collo, mi tirò verso di lei. - Non importa cosa facciamo, - sussurrò. - Non dobbiamo fare niente. Voglio solo abbracciarti. - Si infilò sotto le coperte e si rannicchiò, mentre mi spogliavo anchio. Quando la raggiunsi, mi mise le braccia intorno al collo e avvicinò la faccia alla mia. Sapeva che ero un disastro in questo genere di tenerezze. Il suo abbraccio mi restituì a me stesso: ero un uomo fortunato, avevo casa e radici. Sapevo che le piaceva chiudere gli occhi e lasciarseli baciare, e poi le guance, e il naso, come una bambina prima di addormentarsi. Solo alla fine le avrei trovato le labbra.
Spesso ci rimproveravamo per aver perso del tempo a parlare così, tutti vestiti, scomodi, su una sedia, quando avremmo potuto fare la stessa cosa sdraiati in un letto, faccia a faccia, e nudi. Quei minuti preziosi che precedono lamore trovano nel termine semi- scientifico di «preliminari» una definizione impropria. In quei momenti il mondo si fa piccolo e intenso, le voci affondano nel tepore dei corpi, la conversazione diventa intima e imprevedibile. A me venivano in mente espressioni semplici che mi censuravo perché mi parevano talmente banali, come, Eccoci di nuovo, oppure Ancora, oppure Sì, proprio così. Come lattimo di un sogno ricorrente, questi minuti innocenti e dilatati svanivano dalla memoria finché non ci ricadevamo dentro. E quando succedeva, le nostre vite recuperavano la dimensione essenziale e tutto iniziava da capo. Poi veniva il silenzio, ed eravamo ormai così vicini da stare bocca a bocca, ritardando lunione che ancor più ci legava in virtù di quel preludio.
Dunque, eccoci lì, di nuovo, e fu una liberazione. Loscurità oltre la penombra della stanza era infinita e fredda come la morte. E in quella vastità il nostro calore era insignificante. Gli avvenimenti del pomeriggio ci invadevano la mente, ma noi li bandimmo dalla conversazione. Dissi: - Come ti senti?
- Spaventata, - disse. - Spaventatissima.
- Non si vede.
- Mi sembra di tremare dentro.
Piuttosto che rimetterci sulla strada che ci avrebbe riportati a Logan, ci raccontammo storie di brividi e spaventi e, come sempre succedeva con argomenti simili, linfanzia dominò il discorso. Quando Clarissa aveva sette anni la sua famiglia fece una vacanza in Galles. Una mattina di pioggia, una delle sue cuginette di cinque anni si perse, e sei ore dopo ancora non si riusciva a trovarla. Arrivò la polizia con i cani. Gli abitanti del paese erano in giro a perlustrare la campagna mentre un elicottero sorvolava le zone più alte. Poco prima che facesse buio la bambina fu ritrovata in un fienile: dormiva sotto dei sacchi di tela. Clarissa ricordava i festeggiamenti generali nella fattoria affittata, quella sera. Suo zio, il padre della bambina, aveva appena accompagnato alla porta lultimo dei poliziotti. Quando tornò nella stanza, vacillava e si lasciò cadere di peso su una poltrona. Gli tremavano forte le gambe, e i bambini osservarono affascinati la zia di Clarissa inginocchiarsi accanto a lui e appoggiargli dolcemente le mani sulle cosce. - Al tempo non collegai il fatto con la ricerca di mia cugina. Per me era solo uno di quei fenomeni strani che da piccoli si registrano e basta. Magari era quello che si intendeva con il termine «ubriaco», uno con le ginocchia che gli ballano su e giù dentro i pantaloni.
Io raccontai la storia della mia prima esibizione pubblica alla tromba quando avevo undici anni. Ero tanto nervoso e mi tremavano talmente le mani che non riuscivo a tenermi limboccatura sulle labbra, né tanto meno ero in grado di atteggiare la bocca nella posizione adatta a produrre una nota. Perciò mi infilai limboccatura tra i denti e strinsi forte per tenerla ferma, poi eseguii il brano, mezzo suonando e mezzo cantando. Nella cacofonia generale di unorchestra scolastica a Natale, nessuno si accorse di nulla. Clarissa disse: - La imiti ancora bene adesso la tromba, al mattino in bagno.
E dal tremare passammo al ballare (io lo detesto, lei lo adora), e dal ballo allamore. Ci dicemmo quel che gli innamorati non si stancano mai di sentire e non smettono mai di ripetere. - Ti amo ancora di più, ora che ti ho visto perdere completamente la testa, - disse. - Alla fine ha ceduto, lincrollabile razionalista!
- Non è che linizio, - promisi. - Non te ne andare, se vuoi vedere il resto.
Quellallusione al mio comportamento dopo la caduta di Logan ruppe lincanto, ma solo per qualche secondo. Ci stringemmo più vicini per baciarci. Quanto accadde dopo si avvantaggiò dellesaltazione emotiva di una riconciliazione, come se un disastroso litigio della durata di una settimana, nutrito di minacce e insulti, si fosse dolcemente risolto nel reciproco perdono. Noi da perdonarci non avevamo niente a meno che, come credo, non ci stessimo assolvendo della morte, ma si trattava di stati danimo interrotti da ogni nuova ondata di sensazioni. Era costata carissima quellestasi e io dovetti lottare per respingere limmagine di una tetra casa di Oxford, isolata, come in mezzo a un deserto, con due bambini attoniti affacciati a una finestra del primo piano, che guardano la madre ricevere i suoi lugubri visitatori.
Ci addormentammo e quando ci svegliammo, dopo unora più o meno, avevamo fame. Fu in cucina, mentre in vestaglia svaligiavamo il frigorifero, che scoprimmo di sentire il bisogno di compagnia. Clarissa andò al telefono. Conforto affettivo, sesso, casa, vino, cibo, amici: volevamo vedere riconfermato tutto il nostro mondo. Nel giro di mezzora mangiavamo piatti thailandesi ordinati per telefono, con i nostri amici Tony e Anna Bruce ai quali intanto raccontavamo la nostra storia. La narrazione avvenne nel consueto stile matrimoniale, con uno dei coniugi che procede da solo per un po, inserendosi magari nelle pause, o al contrario, passando di proposito la parola allaltro. Certe volte ci davamo anche sulla voce e, ciononostante, il racconto si andava facendo più coerente; prendeva forma, e ormai era pronunciato in un luogo sicuro. Guardavo i volti intelligenti e partecipi dei nostri amici perdere intensità. Il loro turbamento non era che lombra del nostro, pareva più il frutto di uno sforzo di volontà e questo ci incoraggiava a esagerare, a lanciare una fune di superlativi nellabisso che separa lesperienza diretta dalla sua rappresentazione aneddotica. Nel corso dei giorni e delle settimane seguenti, Clarissa e io raccontammo la nostra storia molte volte ad amici, colleghi e parenti. Mi sorpresi a usare le stesse frasi, gli stessi aggettivi e nello stesso ordine. Divenne possibile riferire gli eventi senza minimamente riviverli, senza neppure bisogno di ricordarli.
Tony e Anna se ne andarono alluna. Quando rientrai dopo averli accompagnati alla porta, notai che Clarissa stava scorrendo gli appunti per una lezione. Ma certo, lanno sabbatico era finito. Il giorno dopo, lunedì, doveva riprendere linsegnamento. Andai nel mio studio e controllai lagenda benché conoscessi benissimo gli impegni: due appuntamenti e un articolo da finire entro le cinque. In un certo senso avevamo buone difese da opporre a quella catastrofe. Avevamo noi stessi, e svariati amici di vecchia data. E in più, potevamo contare sugli impegni di un lavoro interessante. Mi fermai sotto la luce della lampada e, fissando la mezza dozzina di lettere che attendevano sulla mia scrivania, mi sentii rassicurato dalla loro presenza.
Restammo alzati unaltra mezzora a parlare, ma solo perché eravamo troppo stanchi per deciderci ad andare a letto. Alle due ce lavevamo fatta. La luce era spenta da cinque minuti quando il telefono squillò ripescandomi da un inizio di sonno.
Sono sicuro di ricordare le sue parole esattamente. Disse: - Sei Joe? - Non risposi. Avevo già riconosciuto la voce. - Volevo solo dirti che capisco quello che provi. È lo stesso anche per me. Ti amo.
Riagganciai.
Clarissa farfugliò dentro il cuscino: - Chi era?
Sarà stata stanchezza, o forse mentii per proteggerla; quello che so è che commisi il primo grave errore quando, girandomi sul fianco, le dissi: - Nessuno. Hanno sbagliato numero. Dormi.
Capitolo quarto



Il mattino dopo ci svegliammo con il peso di quegli avvenimenti ancora su di noi, ma la varietà di obblighi della giornata ci fu di conforto. Clarissa uscì di casa alle otto e mezza per il suo seminario sulla poesia romantica. Presenziò a un consiglio di facoltà, pranzò con una collega, corresse i testi di qualche studente e diede unora di udienza a una laureanda che scriveva una tesi su Leigh Hunt. Rientrò alle sei quando io ero ancora fuori. Fece qualche telefonata, una doccia, e andò a cena con suo fratello Luke, il cui matrimonio stava andando in pezzi dopo quindici anni.
Io feci la doccia al mattino. Mi portai un bricco di caffè nello studio e per un quarto dora pensai che avrei ceduto alle tentazioni di ogni freelance: lettura di giornali, telefonate, fantasticherie. Di materiale per dedicarmi alla contemplazione della parete di fronte, ne avevo in abbondanza. Ma decisi di non lasciarmi andare e mi costrinsi a finire un pezzo sul telescopio Hubble per una rivista americana.
Il progetto mi interessava da anni. Era frutto di un eroismo e di una grandeur fuorimoda, non aveva scopi militari né immediate mire commerciali ed era sostenuto da unurgenza tanto semplice quanto nobile: quella di sapere e capire di più. Quando si seppe che lo specchio principale da due metri e mezzo era troppo piatto di un millesimo di millimetro, la reazione generale sulla terra non fu il disappunto. Anzi, fu soddisfazione maligna e ilarità sfrenata su scala planetaria. Dallaffondamento del Titanic la tecnologia non convince più nessuno, siamo diventati cinici nei riguardi delle stravaganti ambizioni della scienza. Avevamo di fronte il più grosso giocattolo mai visto, alto si diceva, quanto un edificio di quattro piani, destinato a depositare meraviglie sulle nostre retine, immagini delle origini delluniverso, dei nostri stessi esordi al principio dei tempi. Ebbene, il mostro aveva fatto cilecca, e non in base a chissà quale mistero algoritmico del software, ma in virtù di un errore comprensibile a chiunque: miopia, roba da artigianato daltri tempi. Hubble diventò il pezzo forte di tutti i dibattiti televisivi, quel nome stesso era sinonimo di sconfitta, di fallimento; la prova del declino estremo del sistema industriale americano.
Per quanto grandioso fosse stato il progetto Hubble, loperazione di recupero fu addirittura sublime dal punto di vista tecnologico. Centinaia di ore a spasso nello spazio, dieci specchi correttivi sistemati con disumana precisione intorno alla lente difettosa e, nella sala di controllo, unorchestra di proporzioni wagneriane di scienziati e calcolatori. Tecnicamente parlando, era più arduo che mettere un uomo sulla luna. Lerrore venne riparato, le immagini risalenti a dodici miliardi di anni prima giunsero nitide e perfette, il mondo mise da parte il disprezzo e si concesse lo stupore di un giorno, poi tornò alla vita e agli impegni di sempre.
Lavorai senza sosta per due ore e mezza. A infastidirmi quella mattina mentre battevo il mio pezzo era una specie di irrequietezza, una sensazione fisica che non ero in grado di definire. Ci sono errori ai quali nemmeno un esercito di astronauti potrebbe rimediare. Come il mio del giorno prima. Ma che avevo fatto, o non fatto? Se di colpa si trattava, dove era iniziata esattamente? Alle funi sotto il pallone; quando avevo lasciato andare; dopo, accanto al cadavere, al telefono la sera prima? Il disagio era qualcosa di più di unirritazione a fior di pelle. Mi faceva sentire come quando non ci si è lavati. Quando però interruppi la battitura e ripercorsi mentalmente i fatti, scoprii che la colpa non centrava per niente. Scossi la testa, e ripresi a scrivere più in fretta. Non so come riuscii a rimuovere del tutto il pensiero di quella telefonata nel cuore della notte. Mi sforzai di annegarla nella massa di eventi sgradevoli del giorno prima. Probabilmente ero ancora sotto shock, e cercavo di confortarmi mantenendomi indaffarato.
Terminai il pezzo, lo corressi, stampai e lo inviai per fax a New York, a cinque ore dallo scadere della dead- line. Chiamai la polizia di Oxford e, dopo tre successivi passaggi telefonici di ufficio in ufficio, venni a sapere che ci sarebbe stata uninchiesta sulla morte di John Logan, che listruttoria avrebbe avuto luogo di lì a sei settimane e che tutti noi dovevamo essere presenti.
Mi feci portare in taxi a Soho: dovevo incontrare un produttore radiofonico che mi fece accomodare nel suo ufficio e mi spiegò che gli serviva un programma sulla verdura nei supermercati. Gli dissi che non era il mio genere di competenza. A quel punto il produttore, un certo Eric, mi sorprese alzandosi in piedi e lanciandosi in un discorso appassionato. Disse che la richiesta di fragole, taccole e simili fuori stagione stava distruggendo lequilibrio ambientale ed economico di svariati paesi africani. Tornai a dire che non era il mio campo e gli procurai i nominativi di alcune persone alle quali poteva provare a rivolgersi. Poi, benché lo conoscessi appena, o forse proprio per questo, ricambiai il tono appassionato raccontandogli tutta la storia. Non potei farne a meno. Dovevo dirlo a qualcuno. Eric ascoltò pazientemente, con brevi interiezioni e cenni di assenso, ma mi guardava come un appestato, il portatore di una recente mutazione virale destinata a infestare di malaugurio il suo ufficio. Avrei potuto interrompermi, o inventare un epilogo improvviso. Invece continuai, perché non riuscivo a fermarmi. Stavo parlando per me e mi sarei accontentato anche di un pesce rosso come interlocutore, in mancanza di un produttore radiofonico. Quando ebbi concluso, mi salutò in modo frettoloso: aveva un altro appuntamento, mi avrebbe contattato per nuove iniziative. Uscendo nellaria sporca di Meard Street, mi sentivo infetto. Lindescrivibile sensazione tornò a invadermi, questa volta sotto forma di fitta alla nuca e di un disagio viscerale che si risolse, per la terza volta di quella mattina, nellurgenza inderogabile di defecare.
Trascorsi il pomeriggio nella sala di lettura della London Library, a studiare certi contemporanei di Darwin meno noti di lui. Volevo scrivere della scomparsa della forma aneddotica e narrativa nella letteratura scientifica e la mia idea in proposito era che la generazione di Darwin fosse stata lultima a concedersi il lusso di pubblicare articoli pieni di storie. Trovai una lettera alla rivista «Nature» del 1904, il contributo a una corrispondenza sul grado di consapevolezza negli animali, e in particolare riguardo al quesito se dei mammiferi superiori come i cani, potessero ritenersi coscienti delle conseguenze delle proprie azioni. Lautore, un certo signor... , raccontava del cane di un caro amico il quale prediligeva una poltrona particolarmente comoda accanto al caminetto della biblioteca. Il nostro signor... era stato presente in unoccasione in cui, dopo cena, lui e il suo amico si erano ritirati proprio in quella stanza a gustare un bicchiere di porto. Il cane fu fatto scendere dalla poltrona e il padrone prese il suo posto. Dopo un paio di minuti di silenziosa contemplazione del fuoco, il cane si era avvicinato alla porta e si era messo a uggiolare per farsela aprire. Ma non appena il padrone cortesemente si era alzato per attraversare la stanza, la canaglia gli era sfrecciata in mezzo alle gambe per tornare a impossessarsi della sistemazione privilegiata. Per qualche secondo sul muso della bestia si era disegnata unespressione di inequivocabile trionfo.
Lautore concludeva affermando che il cane doveva aver avuto un piano, una consapevolezza del futuro che tentava di modificare attraverso lesecuzione di un inganno deliberato. Inoltre il piacere mostrato in seguito al successo doveva derivargli da un atto della memoria. Quello che mi incantava era come il potere e lincanto della narrazione avessero offuscato la lucidità del giudizio. In base a qualunque standard di indagine scientifica la storia, per quanto curiosa, non aveva senso. Non se ne poteva evincere alcuna teoria, non se ne trovavano definiti i termini, lesempio era del tutto assurdo e si fondava su una risibile visione antropomorfica. Niente di più facile che ricostruire il racconto in modo da rendere il comportamento descritto compatibile con un sistema di automatismi, le reazioni di una creatura destinata ad abitare in un presente continuo: spodestato della sua poltrona, il cane ripiega sul posto appena un po meno comodo, accanto al fuoco, e lì si crogiola (altro che complottare!) finché non sente lo stimolo a urinare, allora va verso la porta come gli hanno insegnato a fare e dimprovviso nota che il posto ambito è di nuovo libero; per un istante dimentica il segnale inviato dalla vescica e torna a prendere possesso della poltrona, mentre la presunta espressione trionfante poteva essere ascritta vuoi allimmediata manifestazione di piacere, vuoi a una proiezione mentale dellosservatore.
A mia volta me ne stavo comodamente seduto su una poltrona di pelle dai braccioli lisci e spaziosi. Il mio campo visivo conteneva altri tre visitatori, ognuno aveva in grembo un libro o una rivista, e tutti dormivano. Fuori, il traffico fioco di St James Square, compreso il ronzio dei motorini dei pony express, risultava soporifero come solo sa essere liperattività frenetica altrui. Dentro, il gorgoglio dacqua corrente in vecchissime tubature nascoste e, più vicino, lo scricchiolare del pavimento di legno ogni volta che un invisibile visitatore, dietro uno scaffale di riviste, muoveva qualche passo, si fermava e si spostava ancora. Questultimo rumore, me ne resi conto ripensandoci poi, si riproponeva da circa mezzora sfiorando il perimetro esterno della mia attenzione. Mi chiesi se avrei potuto ragionevolmente chiedere a quella persona di restare ferma, o suggerire che si prendesse un buon numero di riviste e se ne andasse a sedere in silenzio. Il mio torturatore si mosse: quattro passi indolenti accompagnati da scricchiolio, poi di nuovo il silenzio. Mi sforzai di concentrarmi sul signor... e la capacità mentale dei cani, ma ormai ero distratto. Quando risentii un movimento dallaltra parte della sala, mi costrinsi a non levare lo sguardo dalla pagina sebbene non stessi più seguendo il filo di quanto leggevo. Infine cedetti, e quello che vidi fu solo il lampo di una scarpa bianca e qualcosa di rosso, e il chiudersi delle cigolanti porte a va- e- vieni che dalla sala di lettura immettevano sulle scale.
Ora che linquieto perditempo se nera andato, trasferii la mia irritazione sui responsabili della biblioteca. Ledificio era tristemente famoso per la sua rumorosità, in particolar modo per il ronzio delle luci al neon tra gli scaffali al quale nessuno era riuscito a porre rimedio. Forse sarei stato meglio alla biblioteca Wellcome. La sezione scientifica qui era scarsissima. Sembrava si fosse ritenuto che romanzi, testi storici e biografie fossero più che sufficienti a comprendere il mondo. Possibile che gli analfabeti che gestivano questo posto e che avevano laudacia di considerarsi colti, vivessero nella convinzione che la letteratura fosse il più alto risultato intellettuale della nostra civiltà?
Questa tirata interiore poté forse durare un paio di minuti. Ne ero come avvolto, invisibile a me stesso. Mi riebbi in virtù di un elementare recupero di autoconsapevolezza che persino il signor... non avrebbe saputo attribuire al cane del mio amico. Ovviamente non erano stati né lo scricchiolare nel pavimento, né linettitudine della direzione ad agitarmi. Si trattava di un mio stato danimo, di una condizione tra il viscerale e il mentale che ancora stentavo a comprendere. Mi abbandonai sulla sedia e raccolsi gli appunti. A quel punto non avevo ancora registrato gli stimoli prodotti dalla calzatura e dalla macchia di colore. Fissavo lo sguardo sulla pagina che tenevo in grembo. Le ultime parole scritte prima di perdere il controllo sui miei pensieri erano state «intenzionalità, intenzione, tentativo di esercitare controllo sul futuro». Al momento di scriverle quelle parole si riferivano a un cane, ma rileggendole incominciai a innervosirmi. Non riuscivo a trovare il termine adatto a definire la sensazione che stavo provando. Non pulito, contaminato, assurdo, una condizione fisica ma in qualche modo anche morale. È chiaramente falso che senza linguaggio non esista pensiero. Io avevo un pensiero, uno stato danimo, una sensazione e stavo cercando il modo per dire ciascuno di essi. Se la colpa si riferisce al passato, allora come si definisce lo stesso concetto in rapporto al futuro? Intenzione? No, e neppure influenza sul futuro. O triste presagio. Ansia, disgusto per il futuro. Colpa e presagio, legati dal filo che cuce il passato al futuro, ruotando intorno al presente, unico istante davvero vivibile. Non era esattamente paura. La paura è un concetto preciso, che prende corpo intorno a un oggetto. Terrore era termine troppo forte. Paura del futuro. Apprensione, dunque. Sì, ecco, più o meno. Era apprensione.
Davanti a me, i visitatori dormienti non davano segni di vita. Landirivieni delle porte era andato diminuendo fino a ridursi a un riflesso molecolare, lo stadio appena precedente quello del movimento immaginario. Chi era la persona appena uscita? Perché andarsene così allimprovviso? Mi alzai. Era apprensione dunque. Ero in quello stato da tutto il giorno. Chiaro, si trattava di una forma di paura. Paura delle conseguenze. Era dal mattino che avevo paura. Come potevo essere tanto ottuso da non riconoscere subito la paura? Non era forse unemozione elementare, come disgusto, sorpresa, collera e gioia secondo la celebrata analisi comparata di Ekman? La paura e il suo riconoscimento della stessa negli altri non era forse legato allattività neurale della ghiandola amigdalica, sprofondata nella più antica parte del nostro cervello di mammiferi dalla quale sparava le sue reazioni istantanee? Ma la mia reazione non era stata istantanea. La mia paura si era mostrata con una maschera sul volto. Inquinata, confusa, farfugliante. Avevo paura della mia paura, perché non ne conoscevo ancora la causa. Temevo quello che avrebbe potuto farmi e farmi fare. E non riuscivo a staccare gli occhi dalla porta.
Poteva trattarsi di unillusione prodotta dal persistere dellimmagine sulla retina, o di un ritardo neuronale nella percezione; sta di fatto che mi pareva di essere ancora sprofondato nella lucida poltrona di pelle intento a fissare la porta mentre mi ero già alzato per raggiungerla. Feci i larghi scalini coperti di moquette rossa due alla volta, ruotai intorno al montante del pianerottolo sullammezzato, scesi lultima rampa in tre sole falcate e mi precipitai nella calma impiegatizia e assonnata della sala che ospitava schedari e cataloghi. Schivai alcuni soci, superai il registro dei suggerimenti e il mucchio di giacche e cartelle e, passato lingresso principale, mi ritrovai in strada. St. James Square era intasata di auto, e deserta di pedoni. Cercavo un paio di scarpe bianche, scarpe da tennis con lacci rossi. Mi infilai rapidamente in mezzo allingorgo di veicoli in paziente, ronzante attesa. Sapevo esattamente dove mi sarei piazzato io per tenere docchio gli ingressi della biblioteca, sullangolo nord orientale di fronte allex ambasciata libica. Mentre mi dirigevo sul posto, lanciai unocchiata a sinistra lungo la Duke of York Street. I marciapiedi erano vuoti, le strade stracolme. Ormai le auto erano i veri cittadini. Raggiunsi langolo, presso la ringhiera. Nessuno, nemmeno un ubriaco nel parco. Rimasi lì un poco a guardarmi intorno e riprendere fiato. Mi trovavo esattamente nel punto in cui lagente di polizia Yvonne Fletcher era stata uccisa a colpi di pistola da un libico che sparava da una finestra dellambasciata. Ai miei piedi giaceva un mazzolino di calendule legate con un filo di lana, del tipo che può deporre un bambino. Qualcuno aveva fatto cadere il vasetto da marmellata nel quale erano state messe, rovesciandone quasi tutta lacqua per terra. Senza smettere di guardarmi intorno, mi inginocchiai e rimisi i fiori nel vaso. Mentre spingevo il barattolo più vicino alla ringhiera dove diminuiva il rischio di un secondo incidente, non potevo impedirmi di pensare che quel gesto avrebbe potuto portarmi fortuna o, meglio ancora, protezione, e che su analoghi riti propiziatori, tesi a parare i colpi di oscure forze incontrollabili, si fondavano teorie religiose, si dispiegavano interi sistemi di pensiero. Poi, rientrai nella sala di lettura.

Capitolo quinto



Quel giorno avevo un secondo appuntamento; facevo parte della giuria di un premio per una pubblicazione scientifica, così quando arrivai a casa, Clarissa era già uscita per incontrarsi con il fratello. Avevo bisogno di parlarle. Lo sforzo di mostrarmi assennato e lucido per tre ore mi aveva spossato. Nel nostro appartamento comodo e accogliente, le stanze mi parvero più anguste, per certi versi anche polverose. Mi preparai un gin tonic che bevvi ascoltando i messaggi sulla segreteria telefonica. Lultimo era un lungo silenzio seguito dal rauco fracasso del ricevitore riagganciato. Dovevo parlare a Clarissa di Parry, dirle della telefonata della sera prima, di come mi avesse seguito in biblioteca e del mio disagio, di questa apprensione che sentivo dentro. Considerai lipotesi di andarla a cercare nel ristorante, ma sapevo bene che a quel punto il fratello adultero doveva già essersi lasciato andare allinesorabile geremiade del neo divorziato: quella sofferta autodifesa che celebra la metamorfosi dellamore in odio o indifferenza. Clarissa, che voleva molto bene a sua cognata, avrebbe ascoltato ogni cosa sconvolta.
Per calmarmi, ricorsi alla terapeutica dose serale di sofferenza dal mondo: il telegiornale. Quella sera, il ritrovamento di una fossa comune in un bosco della Bosnia, il nido damore di un ministro malato di cancro, il secondo giorno di istruttoria in un processo per omicidio. Ciò che mi tranquillizzava era la familiarità dello stile di regia: la sigla dal ritmo militaresco, i toni efficaci e pacati dello speaker, la rassicurante certezza che ogni disgrazia conserva una propria relatività, e infine, lestremo analgesico: le previsioni del tempo. Tornai in cucina per prepararmi un altro gin tonic e sedetti a tavola. Se Parry mi aveva davvero pedinato per tutto il giorno, allora sapeva dove abitavo. In caso contrario, il mio sistema nervoso versava in condizioni di grave fragilità. Ma non era così, fondamentalmente; Parry mi aveva seguito, e io dovevo considerare a fondo lintera questione. La telefonata nel cuore della notte potevo ancora ascriverla allo stress e al consumo di alcool in solitudine, ma il pedinamento, no. E sapevo per certo che era avvenuto, perché avevo visto il bianco delle sue scarpe da tennis e il rosso dei lacci. A meno che - e il ritorno allo scetticismo era prova della mia lucidità -, a meno che quel rosso non fosse altro che unillusione ottica determinata dalla confusione. Dopo tutto, la moquette della biblioteca era rossa. Però io il colore lavevo visto sovrapporsi allimmagine di una scarpa. E lui, me lero sentito alle spalle ancor prima di vederlo. Linattendibilità di questultima intuizione ero pronto ad ammetterla. Ma secondo me, era lui. Come molte persone che conducano unesistenza sicura, immaginavo subito il peggio. Quali moventi gli avevo fornito per assassinarmi? Pensava forse che avessi voluto prendermi gioco della sua fede? Magari aveva telefonato di nuovo...
Presi il portatile e chiamai il servizio informazioni per conoscere il numero dellutente che mi aveva chiamato per ultimo. La voce femminile computerizzata recitò una serie di cifre a me sconosciute. Il numero era di Londra; lo composi e attesi scuotendo la testa. Per quanto ragionevoli fossero i miei sospetti, la conferma mi giunse comunque come una sorpresa. La segreteria di Parry diceva: «Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico. E che il Signore sia con voi». Era lui, ed era una doppia condanna, composta di due sole frasi. Che la sua fede dovesse insinuarsi fino a quel punto, tanto da andare a infestare laridità di una segreteria telefonica, le pieghe del suo discorso. Cosa aveva voluto dire affermando che provava la stessa cosa anche lui? Cosa voleva?
Guardai la bottiglia del gin e decisi di no. Un problema di ordine più immediato era come far passare la serata fino al ritorno di Clarissa. Se non mi affrettavo a compiere una scelta consapevole, sapevo che sarei scivolato nellalcool e nei miei pensieri. Amici non ne volevo vedere, non sentivo il bisogno di distrarmi, e non avevo neppure fame. Andai nello studio, accesi luce e computer e tirai fuori gli appunti presi in biblioteca. Erano le otto e un quarto. Nel giro di tre ore potevo buttare giù il grosso del mio pezzo sulla funzione dellaneddoto nella letteratura scientifica. Disponevo già a grandi linee di una teoria, niente in cui necessariamente credessi, ma quanto bastava per costruirci intorno un articolo. Si trattava di enunciarla, elencare gli argomenti comprovanti, affrontare le eventuali obiezioni, e tornare a enunciarla in conclusione. Un racconto in sé, magari un po stanco, ma che aveva reso un discreto servizio a migliaia di giornalisti prima di me.
Lavorare fu unevasione - al tempo nemmeno ne dubitavo. Non possedevo risposte alle mie domande e riflettere non mi avrebbe portato lontano. Prevedevo che Clarissa non sarebbe rientrata prima di mezzanotte, perciò mi abbandonai alla mia tesi tanto seria quanto vacillante. In capo a venti minuti mi ero portato nella condizione mentale auspicata; stavo al riparo tra le alte mura dellimmensa prigione del pensiero focalizzato. Non mi accade sempre, e quella sera ne fui molto sollevato. Non dovetti neppure difendermi dal solito ammasso di relitti cerebrali, scorie di ricordi recenti, rottami di scelte non fatte, o spettrali avanzi di desideri sessuali. La spiaggia era tutta pulita. Non cedetti alla tentazione di abbandonare la sedia per la promessa di un caffè e, a dispetto del gin, non sentivo il bisogno di urinare.
Era stata la cultura ottocentesca del dilettantismo a favorire il proliferare di scienziati dallo stile aneddotico. Tutti quei gentiluomini senzarte né parte, tutti quei curati con un mucchio di tempo da perdere. Lo stesso Darwin, prima di salpare sulla Beagle, sognava una vita in campagna per dedicarsi in pace alla propria passione di collezionista, e anche nellesistenza che il caos e il genio finirono per assegnargli, Down House conservò sempre le caratteristiche più di una parrocchia che di un laboratorio scientifico. La forma artistica dominante era quella del romanzo, grandiosi racconti tentacolari che non disegnavano solo la mappa di certi destini privati, ma ricostruivano società intere, rispecchiando e accogliendo le istanze del pubblico di quei giorni. La gente più colta leggeva romanzi contemporanei. Il piacere del narrare era radicato nellanima ottocentesca.
Poi accaddero due cose. La scienza si fece più ostica, più alto il livello di professionalità richiesto. Il dibattito si trasferì negli atenei, i racconti da parroco di campagna cedettero il posto a complesse teorie in grado di sopravvivere intatte senza supporto sperimentale e dotate di una loro specifica estetica formale. Al tempo stesso, in letteratura e in altri ambiti artistici, le stravaganze del modernismo presero a celebrare le qualità formali e strutturali, la coerenza interna e lautoreferenzialità. Una casta sacerdotale custodiva i templi di questa difficile arte dalle incursioni delluomo della strada.
Lo stesso avvenne in campo scientifico. Nella fisica per esempio, unesigua élite di iniziati europei e americani accettò e acclamò la Teoria generale di Einstein ben prima che giungessero i dati sperimentali destinati a darne conferma. La Teoria, che Einstein presentò al mondo tra il 15 e il 16, affermava in aperto oltraggio ad ogni buon senso, che la gravità è un semplice effetto della curvatura dello spazio e del tempo. Si sosteneva che il campo gravitazionale del sole avrebbe deviato la luce. Già nel 1914 era stata organizzata una spedizione in Crimea allo scopo di osservare uneclissi e verificare la teoria, ma poi ci si era messa di mezzo la guerra. Una seconda spedizione partì nel 1919 alla volta di due remote isole dellAtlantico. La conferma fece il giro del pianeta in tempi vertiginosi, ma la smania di accogliere la teoria fu probabilmente responsabile di una certa imprecisione e non correttezza dei dati. Altre spedizioni si dedicarono allosservazione di eclissi e alla verifica delle ipotesi di Einstein, in Australia nel 22, a Sumatra nel 29, in Unione Sovietica nel 36 e, nel 47, in Brasile. Leffettiva conferma a livello sperimentale non arrivò che negli anni cinquanta con lavvento e lo sviluppo dellastronomia radiotelescopica, ma in sostanza tutti questi anni di sforzi pratici furono irrilevanti. La Teoria era già stata inserita in tutti i manuali, a partire dagli anni venti. Esercitava sul mondo il fascino di una bellezza irresistibile.
Così, i serpeggianti percorsi della narrativa cedevano il passo allestetica della forma, tanto nellarte, come nella scienza. Continuai a scrivere fino a tarda sera. Mi ero soffermato troppo su Einstein e mi stavo lanciando su un altro esempio di teoria accettata in virtù di unintrinseca eleganza. Meno lassunto mi convinceva, e più battevo veloce. Scovai una specie di argomento contrario nel mio stesso passato: lelettrodinamica quantistica. In questo caso le verifiche sperimentali riguardanti gli elettroni e la luce erano abbondantissime eppure la teoria, soprattutto nella sua originale versione proposta da Dirac, aveva stentato a imporsi. Conteneva certe incongruenze, delle asimmetrie. Insomma, la teoria si presentava priva di fascino, inelegante, come una canzone stonata. E laccoglienza tardava in virtù della sua bruttezza.
Lavoravo da tre ore e avevo scritto duemila parole. Un terzo esempio non avrebbe guastato, ma incominciavo a essere a corto di energia. Stampai e rimasi a fissare i fogli che tenevo in grembo, sorpreso che dei ragionamenti così dappoco, dei discorsi così forzati avessero potuto occuparmi i pensieri tanto a lungo. Gli argomenti contrari al mio assunto uscivano a fiotti tra le righe pulite del testo. Quale prova determinante sarei mai stato in grado di escogitare per sostenere che Dickens, Trollope, Thackeray e altri avessero influenzato di una sola virgola la presentazione di un concetto scientifico? Senza contare la straordinaria mancanza di equilibrio degli esempi prodotti. Avevo paragonato le scienze biologiche del diciannovesimo secolo (il cane pensante davanti al caminetto), alle complessità scientifiche del ventesimo. Solo i manuali di fisica e chimica dellera vittoriana contenevano interminabili quanto brillanti esposizioni teoriche che non presentavano la benché minima tendenza alluso di uno stile narrativo. Mentre in fin dei conti quali erano stati i prodotti più tipici del pensiero scientifico o pseudo tale del nostro secolo? Lantropologia, la psicanalisi, come dire il trionfo dellaffabulazione. Facendo ricorso ai più raffinati metodi narrativi e a ogni possibile carisma sacerdotale, Freud aveva segnato i confini della veridicità, se non quelli della falsificabilità della scienza. E che dire dei sociologi e dei comportamentisti degli anni venti? Pareva che un esercito di Balzac in camice bianco si fosse riversato nelle facoltà e nei laboratori universitari.
Pinzai le mie dodici pagine con una graffetta e ne soppesai il volume nella mano. Quello che avevo scritto non era vero. Non era frutto della ricerca della verità, non era scienza. Era giornalismo, scrittura da rivista specializzata il cui fondamentale criterio stilistico si rifaceva a un modello di leggibilità. Tornai a sfogliare le pagine nella speranza di ricavarne ulteriori consolazioni. Avevo ottenuto lo scopo di distrarmi; mi ero procurato materiale per un secondo e coerente articolo fondato sulle argomentazioni contrarie al presente (il ventesimo secolo aveva assistito alla sovrapposizione del metodo narrativo in campo scientifico etc) e comunque, quella era solo una prima stesura che potevo sempre riprendere in mano di lì a una settimana. Gettai le pagine sulla scrivania e, nel momento in cui vi atterrarono, per la seconda volta di quella giornata, udii il pavimento scricchiolare alle mie spalle. Cera qualcuno dietro di me.
Il nostro primitivo sistema nervoso, il cosiddetto gran simpatico, è un meccanismo meraviglioso che ci accomuna a tutte le altre specie animali che devono la loro sopravvivenza alla prontezza di reazione, allefficacia e alla forza nella lotta, e alla rapidità nella fuga. Il processo evolutivo ci ha selezionati sulla base di queste abilità. Terminazioni nervose affondate nel tessuto muscolare cardiaco secernono la dose necessaria di noradrenalina, e il cuore si mette a pompare più in fretta. Lossigeno aumenta e con esso il glucosio e perciò lenergia, la rapidità di pensiero, il vigore muscolare. Il sistema, antichissimo, risale al nostro passato di mammiferi e premammiferi, tanto che il suo funzionamento non raggiunge ormai livelli superiori di consapevolezza. Ne registriamo solo gli effetti. Quella stretta al cuore sembra verificarsi contemporaneamente alla percezione della minaccia; mentre ancora la corteccia cerebrale sta selezionando e trasformando in coscienza visiva e acustica quanto si è depositato su occhi e orecchie, le potenti goccioline di ormone si stanno già liberando.
Nel mio cuore si era verificato quel primo scoppio terrificante ancor prima che il corpo incominciasse a girarsi e io mi alzassi dalla sedia pronto a difendermi, o ad attaccare persino. Ho idea che gli umani dei tempi moderni, ormai liberi dal timore di predatori naturali e circondati da tutti i loro giocattoli e i loro modelli mentali e i loro spazi accoglienti, siano creature relativamente facili da sorprendere. Tordi e scoiattoli devono guardare a noi con benevola sufficienza.
Quella che vidi procedere rapida verso di me dal fondo della stanza a braccia tese come un sonnambulo da cartone animato era Clarissa, e chissà grazie a quale complicato intervento di centri superiori fui in grado di trasformare in modo plausibile i miei gesti di primordiale terrore in un tenero abbraccio dal quale proruppe, quando le braccia di lei mi cinsero il collo, una fitta damore, per la verità inseparabile dal senso di sollievo.
- Oh, Joe, - disse, - mi sei mancato per tutto il giorno, ti amo, e ho passato una serata così terribile con Luke. Oh, dio, ti amo tanto.
E lamavo tanto anchio. Per quanto pensassi a lei, nel ricordo o nellanticipazione di un incontro, leffettiva presenza corporea di Clarissa, il suono della sua voce, la qualità propria del nostro amore, non mancavano mai di suscitare, insieme al piacere del riconoscimento, anche un moto di sorpresa. Forse questo genere di amnesia è funzionale: coloro che non sono in grado di strappare la mente e il cuore dai loro amati, sono destinati a fallire nella lotta per la vita e a non lasciare alcuna impronta genetica. Eravamo abbracciati in mezzo allo studio, Clarissa e io, sul giallo rombo centrale del tappeto bokhara, e tra un bacio e laltro ascoltai i primi frammenti della follia di suo fratello. Luke era deciso a lasciare la sua bella moglie amorevole e le adorabili gemelline e la casa di Islington in stile Queen Anne per andare a vivere con unattrice che aveva incontrato tre mesi prima. Stava anche considerando lipotesi, le aveva fatto sapere affrontando lantipasto di molluschi, di lasciare il lavoro e di mettersi a scrivere una commedia, per essere precisi un monologo, una prova dattore apposta per lei, che aveva qualche probabilità di essere messo in scena in un locale sovrastante un salone da parrucchiere di Kensal Green.
- Sulla strada di Broadway, - iniziai, e Clarissa concluse: - Passando da Kensal Green.
- Bel coraggio! - commentai. - Deve vivere in uno stato di eccitazione perenne.
- Bel coraggio di merda! - Tirò un profondo respiro e mi raggelò con unocchiata carica dira. - Unattrice! È dentro un cliché che vive.
Per un istante avevo preso il posto di suo fratello. Rendendosene conto mi tirò a sé e mi diede un bacio. - Joe. È tutto il giorno che ti desidero. Dopo ieri, e la notte scorsa...
Senza liberarci dallabbraccio passammo dallo studio alla camera da letto. Clarissa continuava a raccontarmi episodi da famiglia distrutta, io le riferivo del pezzo che avevo scritto e intanto ci preparavamo al nostro viaggio serale alla volta del sesso e del sonno. Il lavoro mi aveva avvolto in un velo di appagamento teorico, e larrivo di lei, a dispetto della sua triste storia, mi aveva completamente ristabilito. Non avevo paura di nulla. Sarebbe forse stato corretto in quel momento, mentre ce ne stavamo faccia a faccia come la sera prima, permettere che il racconto della telefonata di Parry venisse a guastare la nostra felicità? Con quello che ci era toccato vedere il giorno prima, avevo il diritto di rovinare quellattimo di tenerezza con i miei assurdi sospetti di essere stato seguito? Le luci basse si sarebbero spente fra poco. Il fantasma di Logan aleggiava ancora nella stanza, ma aveva cessato di minacciarci. Parry poteva aspettare fino a domani. Lurgenza ormai era svanita. A occhi chiusi rintracciai con le dita le labbra di Clarissa nella duplice oscurità. Mi morse facendomi male per gioco. Certe volte la stanchezza è un grande afrodisiaco; annulla ogni altro pensiero e garantisce ai movimenti degli arti pesanti la sensualità della lentezza, promuovendo generose accoglienze, infiniti abbandoni. Precipitammo fuori dalle nostre rispettive giornate come creature cadute da un nido.
Accanto al letto nel buio, il telefono taceva. Lo avevo staccato molte ore prima.
Capitolo sesto



Il nostro secolo ha conosciuto un periodo in cui bianche navi, lussuosi transatlantici di quelli che solcavano loceano tra Londra e New York, divennero fonte di ispirazione per un certo settore dellarchitettura residenziale. Negli anni venti un esemplare analogo alla Queen Mary si incagliò a Maida Vale e tutto ciò che ne resta oggi è il ponte di coperta, il nostro palazzo, che riluce del suo screpolato biancore tra i platani: spigoli arrotondati, finestre a oblò nei servizi e su per le frivole scale a spirale. Serramenti in acciaio incorniciano finestre basse e oblunghe, proteggendo linterno dal baccano della vita metropolitana. I pavimenti, in palchetto di quercia, paiono pronti a ospitare innumerevoli coppie di ballerini sfrenati.
I due appartamenti allultimo piano godono del privilegio di numerosi lucernari oltre a una scaletta di ferro che, in un paio di rampe, conduce alla superficie piatta del tetto. I nostri dirimpettai, un affermato architetto e il suo fidanzato che si occupa della casa, hanno trasformato la loro porzione di terrazza in un illusorio giardino, con clematidi scrupolosamente rampicanti e austere foglie lanceolate che spuntano tra grosse e lisce pietre di fiume sistemate - in perfetto stile giapponese - in cassette aperte di legno nero.
Nel mese frenetico che seguì il nostro trasloco, Clarissa ed io consumammo le nostre energie nidificatone e decorative allinterno dellappartamento, perciò la nostra parte di tetto ospita solo un tavolo in plastica e quattro sedie imbullonate a terra in caso di vento forte. Qui, tra parabole, cavi e antenne televisive, ci si può accomodare sentendo coi piedi la scorza rugosa e sporca del bitumato, per riposare lo sguardo sul verde di Hyde Park e placare ludito sul ritmo tranquillizzante del traffico londinese. Dal lato opposto del tavolo si gode la vista migliore del tempio in onore dellordine biologico eretto dai nostri vicini e, più in là, della distesa di tetti che a perdita docchio sfuma in direzione dei sobborghi settentrionali della città. Proprio lì stavo seduto il mattino dopo alle sette. Clarissa lavevo lasciata a letto a dormire e mi ero portato fuori caffè, giornale e le pagine scritte la sera prima.
Ma anziché leggere me stesso o altri, pensavo a John Logan e a come lavevamo ammazzato. Il giorno prima, gli avvenimenti del pomeriggio dellincidente si erano stemperati. Ma oggi limpietosa luce del sole illuminava, animandola, tutta la scena. Mi sentii di nuovo la fune correre tra le mani, mentre ne osservavo i segni lasciati sulla pelle. Incominciai a calcolare. Se Gadd fosse rimasto nel cesto con il nipote, e se tutti noi fossimo rimasti appesi ipotizzando un peso medio di settantacinque chili a testa, di sicuro la somma di trecentocinquanta chili ci avrebbe tenuti vicino a terra. Se uno di noi non avesse mollato per primo, allora anche gli altri avrebbero tenuto duro. E chi era stato? Non io. Io, no. Lo ripetei persino a voce alta. Ricordavo una massa in caduta libera e limprovviso strattone verso lalto. Ma non avrei saputo dire se il corpo mi stava di fronte, a destra o a sinistra. Conoscere la posizione, mi avrebbe permesso di identificare la persona.
E questa persona era poi condannabile? Mentre bevevo il caffè ebbe inizio il lento crescendo sonoro dellora di punta. Era difficile ripensare allintera faccenda. Mi si affollava la mente di banalità e discutibili frasi fatte che si risolvevano in nulla. Tipo, linizio di una valanga, o la rottura dei ranghi sotto un attacco nemico. Tutte facevano riferimento alla causa, ma non allagente responsabile da un punto di vista morale. Le valutazioni piegavano ora a favore dellaltruismo, ora dellinteresse del singolo. Si era trattato di panico, o di un calcolo razionale? Lo avevamo davvero ucciso o ci eravamo semplicemente rifiutati di morire con lui? Daltra parte se fossimo stati con lui, se fossimo rimasti uniti, nessuno sarebbe morto.
Laltra domanda era se avrei dovuto andare a trovare la signora Logan per raccontarle laccaduto. Meritava di sapere dalla voce di un testimone che suo marito era un eroe. Ci vidi seduti uno di fronte allaltra su sgabelli di legno. Lei era vestita di nero, unimmagine di repertorio della vedova in gramaglie, e ci trovavamo nella cella di una prigione la cui finestra era dotata di alte sbarre di ferro. I due bambini le stavano accanto, stretti alle sue ginocchia, e si rifiutavano di guardarmi negli occhi. Che fosse mia, quella cella? Mia, la colpa? Limmagine si rifaceva al vago ricordo di un dipinto nello stile narrativo del tardo periodo Vittoriano, di quelli con la didascalia che recita «E quando vedeste per lultima volta il vostro papà?» Stile narrativo: la sola espressione mi procurava una stretta allo stomaco. Quante balle avevo scritto la sera prima. Come si poteva raccontare alla signora Logan il sacrificio del marito senza attirare la sua attenzione sulla nostra viltà? O si era trattato di follia invece? Lui era leroe ed erano stati i deboli a consegnarlo alla morte. Oppure, noi eravamo i superstiti e lui lidiota avventato?
Ero talmente perso in questo rimuginare che non mi accorsi di Clarissa finché non si sedette dallaltra parte del tavolo. Sorrise e strinse le labbra in un bacio a distanza. Si scaldava le mani intorno a un tazzone di caffè.
- Ci stai pensando?
Assentii col capo. Dovevo dirglielo, prima che la sua dolcezza e lamore avessero la meglio. - Ti ricordi che il giorno dellincidente è suonato il telefono poco prima che ci addormentassimo?
- Mmm. Qualcuno aveva sbagliato numero.
- Era il tizio con il codino. Sai, quello che voleva farmi pregare. Jed Parry. Aggrottò la fronte. - Come mai non me lhai detto? Che voleva? Quasi non la lasciai finire. - Dirmi che mi amava...
Il mondo si paralizzò per la frazione di secondo in cui lei riceveva il messaggio. Poi, Clarissa scoppiò a ridere. Disinvolta, allegra. - Joe! Non me lhai detto. Ti vergognavi? Che scemo!
- Era solo una cosa in più. Ma poi sono stato male perché non te lavevo detto, e così tutto è diventato più difficile. Solo che ieri sera non mi andava di interromperci. - Che cosa ha detto? Proprio, ti amo, e basta? - Sì. Ha detto, provo la stessa cosa anchio. Ti amo...
Clarissa si portò una mano sulla bocca, come una bambina. Il divertimento era una reazione che non avevo previsto. - Una relazione omosessuale segreta con un fanatico religioso. Non vedo lora di farlo sapere ai tuoi amici scienziati.
- Va bene, daccordo -. Ero sollevato dal fatto che ci scherzasse sopra. - Cè dellaltro, però.
- Volete sposarvi. - Ascolta. Ieri mi ha seguito. - Buon Dio. Lha presa brutta.
Sapevo che avrei dovuto apprezzare la sua leggerezza, per tutto il conforto che mi procurava. - Clarissa, ho paura -. Le raccontai della presenza in biblioteca, e di come fossi corso a cercare fuori sulla piazza. Lei mi interruppe.
- Però non sei sicuro di averlo visto.
- Gli ho visto una scarpa, poi è scappato. Scarpe da ginnastica bianche coi lacci rossi. Era lui per forza.
- In faccia però non lo hai visto. - Clarissa, era lui!
- Non prendertela con me, Joe. In faccia non lhai visto e sulla piazza non cera. - No. Era sparito.
Adesso mi stava guardando con unespressione diversa e si muoveva nella conversazione con una cautela da artificiere. - Fammi capire. Tu eri convinto di essere pedinato ancor prima di vedere la scarpa?
- Era solo una sensazione, un disagio diffuso. Ma quando sono entrato in biblioteca e ho avuto tempo di riflettere, mi sono reso conto di quello che mi succedeva.
- E a quel punto lhai visto.
- Sì. Ho visto la scarpa.
Clarissa guardò lora e bevve un sorso di caffè. Stava facendo tardi. - Devi andare, - dissi. - Possiamo parlarne stasera.
Annuì, ma non fece latto di alzarsi. - Non capisco bene perché sei tanto sconvolto. Un poveretto qualsiasi si prende una sbandata per te e si mette a seguirti. Ma dai, Joe, fa ridere. Tra un po ci riderai sopra e lo racconterai agli amici. Alla peggio può diventare una seccatura. Non devi lasciarti prendere da una sciocchezza così.
Quando si alzò provai una fitta di sofferenza infantile. Mi piaceva quello che stava dicendo. Avevo voglia di sentirmelo dire ancora in tanti modi diversi. Fece il giro del tavolo e venne a baciarmi sui capelli. - Lavori troppo. Prenditela più comoda. E ricordati che ti amo. Io ti amo -. Ci baciammo ancora, intensamente.
La seguii di sotto e la guardai prepararsi ad uscire. Forse fu il sorriso preoccupato che mi rivolgeva mentre si dava da fare a mettere il necessario in cartella, o forse il tono premuroso col quale mi assicurò che sarebbe rientrata alle sette e mi avrebbe chiamato nel corso della giornata; sta di fatto che, ritto sulla lucida pista da ballo del nostro parquet, mi sentivo come il paziente di una clinica psichiatrica al termine dellorario di visita. Non lasciarmi qui solo coi miei pensieri, pensai. Digli di farmi uscire. Infilò la giacca, aprì la porta e stava per dirmi qualcosa, ma non seppi mai cosa. Si era appena ricordata di un libro che le serviva. Mentre lo andava a prendere, rimasi in attesa sulla porta. Sapevo bene cosa volevo dire, e forse cera ancora tempo. Non si trattava di un «poveretto qualsiasi». Questo, come i braccianti agricoli, era un uomo legato al mio destino da unesperienza e da una comune responsabilità, o per lo meno, dal coinvolgimento comune nella morte di un altro individuo. Ed era anche un uomo che mi aveva chiesto di pregare con lui. Magari, si era sentito offeso. Forse era un fanatico del tipo vendicativo.
Clarissa era di ritorno con il suo libro che ficcò in cartella tenendo alcune carte tra i denti. Era già quasi fuori. Quando feci per parlare, lei appoggiò a terra la borsa per liberarsi le mani e la bocca. - Non posso, Joe, davvero. Sono già in ritardo. Ho lezione -. Ebbe un istante di esitazione impaziente. Poi disse: - Avanti, dimmi ma fa in fretta -. In quel preciso momento squillò il telefono e io ne fui sollevato. Ero convinto che avesse ricevimento studenti, non lezione, e mettermi adesso a discutere le avrebbe fatto perdere ancora più tempo.
- Rispondo io, tu va pure, - dissi con tono allegro. - Ci parliamo stasera.
Mi lanciò un bacio e andò via. Sentivo i suoi passi sulle scale mentre raggiungevo il telefono. - Joe? - disse la voce. - Sono Jed.
Fu innaturale da parte mia sentirmi sorpreso e, per un attimo, restare senza parole. Dopo tutto, mi aveva chiamato anche il giorno prima ed era stato sempre nei miei pensieri, nelle parole. Al punto da farmi scordare che esisteva davvero, che era proprio unentità fisica in grado di far funzionare un telefono.
Si era zittito dopo aver detto il suo nome, e adesso riprese a parlare nel mio silenzio. - Mi hai chiamato -. Aveva anche lui, come tutti, il servizio di memoria dellultima telefonata ricevuta. Ma il telefono era diventato unaltra cosa; la mia ingenuità senza speranza ne aveva fatto lo strumento di una provocazione personale.
- Che cosa vuole? - Non avevo finito di dirlo, che già avrei voluto rimangiarmi tutto. Non mi interessava sapere che voleva, o meglio, non avevo nessuna voglia di farmelo dire. La mia comunque non era stata tanto una domanda quanto una dichiarazione di ostilità. Come quella che venne subito dopo: - E come ha avuto il mio numero?
Parry sembrava contento. - Questa sì che è una bella storia, Joe. Sono andato al...
- Non la voglio, la sua storia. E non voglio che mi telefoni.
- Dobbiamo parlare.
- Io non ne sento il bisogno.
Udii distintamente il respiro di Parry. - Io credo di sì, invece. Io credo che tu mi debba ascoltare.
- Adesso metto giù. Se mi chiama di nuovo, informerò la polizia.
Lespressione suonò insensata, quel genere di assurdità che si dicono, tipo, li trascinerò in tribunale, i bastardi. Lo conoscevo il comando di polizia della zona. Erano oberati di lavoro e rispettavano un criterio di priorità. Questo era il genere di seccature che il cittadino deve risolvere con mezzi propri.
Parry si inserì in coda alla mia minaccia. Il tono della voce era salito e le parole scorrevano più veloci. Voleva riuscire a dirmi qualcosa prima che mettessi giù. - Senti, ti faccio una promessa. Accetta di incontrarmi una volta, una volta sola. Ascolti quel che ho da dire e non sentirai mai più parlare di me. È una promessa, una promessa solenne.
Solenne. Spaventosa, più che altro. Riflettei. Forse dovevo incontrarlo, fargli capire che ero diverso dalla creatura del suo mondo immaginario. Lasciarlo parlare. Lalternativa era che continuasse così. Forse potevo concedermi un pizzico di controllata curiosità. A storia conclusa, sapere qualcosa sul conto di Parry poteva rivelarsi importante. Altrimenti sarebbe rimasto una mia proiezione non meno di quanto io fossi per lui. Considerai per un attimo lipotesi di trascinare il suo dio a far da garante alla promessa solenne. Ma non mi andava di provocarlo.
Dissi: - Lei adesso dovè?
Esitò. - Posso venire da te.
- No. Mi dica dove si trova.
- Nella cabina telefonica in fondo alla strada?
Lo disse, in tono interrogativo, senza vergogna. Ero sconvolto, ma decisi di non darlo a vedere. - Ok, - dissi. - Arrivo -. Riagganciai, misi la giacca, presi le chiavi e lasciai lappartamento. Fu un conforto scoprire che il profumo di Clarissa, Diorissimo, aleggiava ancora giù per le scale.
Capitolo settimo



Dal nostro palazzo, si allunga in leggera salita il rettilineo di un viale di platani che stavano mettendo le foglie. Non appena arrivai sul marciapiede, vidi Parry allangolo sotto un albero, alla distanza di un centinaio di metri. Quando mi vide, sfilò le mani dalle tasche, incrociò le braccia e poi le lasciò ricadere lungo i fianchi. Si incamminò verso di me, cambiò idea e tornò sotto lalbero. Gli andai incontro con passo lento, e sentii lansia svanire.
Mentre mi avvicinavo, Parry si fece ancora indietro fino ad appoggiare la schiena contro il tronco del platano e, per assumere unaria più disinvolta, si infilò un pollice nella tasca dei pantaloni. In realtà sembrava mortificato, persino più piccolo, tuttossa, niente affatto lagile guerriero pellerossa, nonostante il codino. Si rifiutò di guardarmi negli occhi, o meglio, il suo sguardo nervoso mi attraversò il viso prima di abbassarsi. Quando gli tesi la mano mi sentivo molto più tranquillo. Aveva ragione Clarissa, era un poveretto, un essere innocuo con una strana idea fissa, alla peggio poteva essere una seccatura, certo non lindividuo minaccioso che ne avevo fatto io. Attualmente era unimmagine patetica, così abbandonato contro le foglie novelle del platano. Doveva essere stato lincidente e i postumi dello shock subito ad annebbiarmi tanto la testa. Avevo tradotto una farsa in una misteriosa minaccia. La mano che strinse la mia non esercitò alcuna pressione. Gli parlai risoluto, non senza però un accenno di cortesia. Era talmente giovane da poter essere quasi mio figlio. - Farà meglio a spiegarmi subito...
Replicò: - Cè un caffè... - e indicò con un gesto del capo in direzione di Edgware Road.
- Va benissimo qui, - dissi, - Non ho molto tempo.
Si era alzato di nuovo il vento che la luce del sole pareva rendere ancora più teso. Mi strinsi addosso il soprabito e, riallacciando la cintura, lanciai unocchiata ai piedi di Parry. Niente scarpe da ginnastica oggi. Mocassini di morbido cuoio marrone forse cuciti a mano. Mi appoggiai a un muro vicino e incrociai le braccia.
Parry abbandonò il tronco dellalbero e mi si mise di fronte, fissandosi i piedi. - Preferirei andare al chiuso, - disse con un gemito.
Senza rispondergli, attesi. Sospirò e guardò in fondo alla strada verso casa mia, poi il suo sguardo seguì una macchina di passaggio. Alzò gli occhi verso la massa di nuvole bianche, si scrutò le unghie della mano destra, ma non ebbe il coraggio di fissarmi in faccia. Quando alla fine parlò, direi che lo sguardo gli si era posato su una fenditura del marciapiede.
- È successa una cosa, - disse.
E dal momento che non proseguiva, gli chiesi: - Cosa?
Inspirò profondamente dal naso. Continuava a non guardarmi negli occhi. - Lo sai, - disse scontroso.
Cercai di venirgli in soccorso. - Stiamo parlando dellincidente? - Lo sai anche tu, ma vuoi che sia io a dirlo.
- Sarebbe meglio. Ho pochissimo tempo.
- È una questione di autocontrollo, giusto? - Mi lanciò unocchiata di sfida infantile, prima di riabbassare lo sguardo. - Basta con questi giochetti cretini. Perché non lo dici? Non cè niente di cui vergognarsi.
Guardai lora. Era il momento migliore della giornata per il mio lavoro, e dovevo ancora passare dal centro a ritirare un libro. Un taxi libero stava procedendo verso di noi. Lo vide anche Parry.
- Credi di fare il duro, ma è ridicolo. Non riuscirai a tenere il gioco, e lo sai. Ormai è tutto cambiato. Ti prego, smetti di fingere. Ti prego...
Guardammo il taxi che si allontanava. Dissi: - Ha chiesto di incontrarmi perché voleva dirmi qualcosa.
- Sei proprio crudele, - replicò lui. - Del resto sei tu quello che ha tutto il potere -. Tornò a inspirare profondamente dal naso, come un acrobata che si prepari a unimpresa molto impegnativa. Riuscì a guardarmi in faccia, dicendo semplicemente: - Mi ami. Tu mi ami, e io non posso far altro che ricambiare il tuo amore.
Tacqui. Parry tirò un altro respiro profondo. - Non so perché hai scelto me. So solo che adesso ti amo anchio, e che in tutto questo cè una ragione, uno scopo.
Passò unambulanza a sirene spiegate e dovemmo aspettare. Mi chiedevo come dovessi reagire e se una dimostrazione di collera sarebbe riuscita a metterlo in fuga, ma nella manciata di secondi che il chiasso impiegò a dileguarsi, decisi di mostrarmi fermo e pacato: - Stia a sentire, Signor Parry...
- Mi chiamo Jed, - intervenne lui concitato. - Dammi del tu -. Il tono interrogativo era svanito.
Dissi: - Io non la conosco, non so dove abita, cosa faccia né chi lei sia. E non mi interessa particolarmente scoprirlo. Lho incontrata una sola volta in vita mia e posso garantirle che non nutro nei suoi riguardi sentimenti né benevoli né malevoli...
Parry intanto mi dava sulla voce con mezze frasi affannate. Tendeva in avanti le mani come se avesse voluto respingere le mie parole. - Ti prego, non fare così. Non è così che deve accadere, sul serio. Non devi farmi una cosa del genere.
Allimprovviso ci zittimmo entrambi. Considerai lipotesi di andarmene subito e di incamminarmi a cercare un taxi. Forse parlare non faceva che peggiorare le cose.
Parry incrociò le braccia e adottò un tono maturo da uomo a uomo. Ebbi persino la sensazione che mi facesse il verso. - Ascolta. Non è così che devi affrontare la cosa. Potresti risparmiare a entrambi un mucchio di sofferenza.
Dissi: - Lei ieri mi ha pedinato, vero?
Distolse lo sguardo e non replicò, cosa che interpretai come una conferma.
- Si può sapere cosa le ha fatto pensare che io sia innamorato di lei? - Mi sforzai di attribuire alla domanda un tono sincero, non solo retorico. Ero piuttosto curioso di saperlo, benché avessi anche voglia di andarmene.
- No, - sussurrò Parry. - Ti prego, no -. Gli tremava il labbro inferiore.
Io comunque incalzai. - Se non ricordo male, ci siamo parlati al fondo della collina. Posso capire che lei sia stato turbato in seguito allincidente. Io di sicuro lo ero.
A questo punto, e con mia grande sorpresa, Parry si portò le mani alla faccia e scoppiò a piangere. Cercava anche di dire qualcosa che in un primo tempo non capii. Poi finalmente identificai la parola - Perché? Perché? Perché? - continuava a ripetere.
Quando si fu un po ripreso, disse: - Cosa ti ho fatto? Perché mi fai questo? - La domanda lo fece piangere ancora. Mi staccai dal muro al quale ero stato appoggiato e mi allontanai di qualche passo da lui. Parry mi seguì impacciato, tentando di recuperare la voce. - Io non ci riesco a controllarmi come fai tu, - disse.
- Lo so che in questo modo lascio tutto il potere a te, ma non posso farci niente.
- Mi creda, io non ho nulla da controllare, - dissi.
Mi guardava in faccia con una sorta di disperazione famelica. - Se si tratta di uno scherzo, è ora di finirla. Sta facendo del male a tutti e due.
- Senta bene, - dissi, - ora devo andare. E non intendo più avere sue notizie.
- Oh, Dio, - uggiolò lui. - Prima lo dici, e poi fai quella faccia. Si può sapere cosa davvero ti aspetti da me?
Mi sentivo soffocare. Mi girai e presi a camminare spedito verso la Edgware Road. Lo sentii arrivare di corsa. Poi, tirarmi per la manica nel tentativo di afferrarmi il braccio. - Ti prego, ti prego, - farfugliava. - Non puoi andare via così. Dimmi qualcosa, dammi qualcosa. Se non proprio tutta la verità, almeno una parte. Dimmi almeno che mi stai torturando. Non ti chiederò la ragione. Ma ti prego dimmi che è così.
Tirai via il braccio e mi fermai. - Non so chi lei sia. Non capisco cosa vuole, e non me ne importa. Ora, le spiacerebbe lasciarmi in pace?
A un tratto, il tono di lui si fece brusco. - Molto divertente, - disse. - Non ti sforzi neanche di sembrare plausibile. È questo che mi offende di più.
Si mise le mani sui fianchi e, per la prima volta, mi ritrovai a calcolare leventuale pericolo che poteva rappresentare. Il più grosso ero io, e anche abbastanza in forma, ma non avevo mai picchiato nessuno in vita mia e per di più, lui aveva ventanni di meno, manone ossute, e una causa disperata, quale che fosse. Rizzai la schiena per farmi più alto.
- Non avevo intenzione di offenderla, - dissi, - Non prima dora.
Parry si tolse le mani dai fianchi e le tese in avanti mostrandone i palmi. La cosa più esacerbante di lui era la varietà dei suoi stati danimo e la rapidità dei passaggi dalluno allaltro. Dalla ragionevolezza alle lacrime, dalla disperazione alle minacce velate, per arrivare, ora, alla supplica dichiarata. - Ti prego, Joe, guardami, ricorda chi sono, ricorda ciò che ti ha spinto a fare il primo passo.
Aveva cornee eccezionalmente bianche. Sostenne il mio sguardo per qualche secondo. Incominciavo a riconoscere nel modo in cui mi parlava una specie di tic a livello comunicativo. Prima incrociava lo sguardo dellinterlocutore, poi girava la testa come se si rivolgesse a qualcuno al suo fianco. - Non negare la nostra esistenza, - diceva adesso a una creatura invisibile appollaiata sulla sua spalla.
- Non negare quello che abbiamo. E ti prego non giocare con me questo gioco. So che per te lidea è difficile e che cercherai di resisterle, ma se ci siamo incontrati, cè una ragione.
Avrei dovuto proseguire per la mia strada, ma la sua intensità mi trattenne e la curiosità mi costrinse a ripetere: - Una ragione?
- Su quella collina, dopo lincidente, tra noi due si è trasmesso qualcosa. Pura energia, luce pura? - Parry si andava riavendo e, superato il passeggero sconforto, linflessione interrogativa tornava ad accompagnare ogni sua affermazione. - Il fatto che tu mi ami, - continuò, - e che io ami te, non è rilevante. È solo uno strumento... Strumento?
Si rivolse alla mia espressione accigliata come se spiegasse lovvio a un idiota. - Per condurti a Dio, attraverso lamore. Ti ci opporrai con tutte le forze perché sei lontanissimo dai tuoi sentimenti? Ma io lo so che il Cristo è dentro di te. E in fondo al cuore lo sai anche tu. Perciò combatti così aspramente usando la tua istruzione, la logica e questo modo freddo che hai di parlare, come se fossi distaccato da noi e da tutto? Puoi anche far finta di non sapere di che sto parlando, forse ti piace farmi del male e dominarmi, ma la verità è che io vengo carico di doni. La ragione, lo scopo, è condurti al Cristo che è in te, al Cristo che è te. È questa lessenza del dono damore. È semplicissimo?
Ascoltai tutto il discorso, sforzandomi di non mostrare stupore. Il fatto è che quelluomo era talmente inerme e convinto, talmente avvilito, e intanto tirava fuori tali sciocchezze, che mi faceva davvero pena.
- Senta, - gli dissi quanto più dolcemente potei, - Ma lei cosa vuole di preciso?
- Voglio che tu apra il tuo cuore...
- Sì, sì. Ma in realtà, cosa vuole da me? O con me?
Questa era una domanda difficile per lui. Si ritirò nei vestiti e, rivolto alla creatura che aveva sulla spalla, disse: - Voglio vederti? - E fare cosa, esattamente? - Parlare... conoscerti. - Parlare? Nientaltro? Non volle rispondermi né guardarmi.
Dissi: - Lei continua a usare la parola amore. Cè di mezzo il sesso? È quello che vuole?
Aveva laria di pensare che fossi ingiusto. La nota piagnucolosa ricomparve nella sua voce. - Sai benissimo che non possiamo parlarne in questo modo. Te lho già detto, quello che provo non conta. Cè una ragione che, a questo stadio, non puoi ancora conoscere.
Proseguì su questo tono, ma io ascoltavo solo a metà. Che cosa incredibile: starmene nella via di casa con il cappotto addosso, in quella fredda mattina di un martedì di aprile, a parlare con uno sconosciuto usando termini più adatti a una relazione sentimentale, o a un matrimonio sullorlo del fallimento. Mi sentivo come se fossi precipitato dentro una crepa della mia vita per finire di schianto in quella di qualcun altro, con preferenze sessuali diverse, unaltra storia passata e unaltra futura. Ero caduto dentro una vita nella quale un tizio poteva venire da me e dirmi cose come: Non possiamo parlarne in questo modo, oppure, Quello che provo non conta. E a lasciarmi altrettanto stupefatto era quanto fosse difficile dirgli: Ma tu chi cazzo sei? Che stai dicendo? Il lessico adottato da Parry suscitava un certo tipo di reazione, una sorta di abitudini emotive inconsce. Occorreva un atto di volontà per liberarmi dalla sensazione scatenata in me da quelluomo: che gli dovessi qualcosa, che non fosse ragionevole mentirgli. Almeno in parte, assecondavo quel dramma domestico, per quanto la nostra intimità dovesse aver luogo su un marciapiede imbrattato di merda di cane.
Mi chiesi anche se avrei avuto bisogno di aiuto. Parry sapeva dove abitavo, ma io di lui non sapevo nulla. Lo interruppi e dissi: - Sarà meglio che mi dia il suo indirizzo. - Laffermazione era destinata a fornirgli spunto per un malinteso. Estrasse di tasca un biglietto da visita con il suo nome e un indirizzo di Frognal Lane, a Hampstead. Lo infilai nel portafogli e mi avviai di buon passo. In un certo senso, Parry continuava a farmi pena, ma era evidente che parlargli non sortiva alcun effetto. Lui intanto si precipitò al mio fianco.
- E adesso dove vai? - Era come un bambino curioso.
- La prego, smetta di importunarmi, - dissi alzando un braccio per chiamare il taxi.
- Io lo so cosa provi davvero. E se lidea è quella di mettermi alla prova, non ce nè alcun bisogno. Io non ti lascerò mai.
Il taxi accostò e io aprii la porta: mi sentivo un po assurdo. Stavo per richiudere quando mi resi conto che Parry aveva afferrato la maniglia. Non aveva intenzione di entrare, ma doveva assolutamente dirmi ancora una cosa.
- So qual è il problema, - mi confidò chinandosi e soverchiando il rombo del diesel. - È che tu hai un animo così gentile. Però credimi, Joe, il dolore va affrontato. Lunica soluzione è che ci sediamo a parlarne tutti e tre insieme.
Avevo deciso di non aprire più bocca, ma non potei trattenermi. - Tre?
- Clarissa. È meglio affrontare la questione di petto...
Non lo lasciai finire. - Vada pure, - dissi al taxista, e usai entrambe le mani per strappare la portiera dalla stretta di Parry.
Mentre ci allontanavamo, mi voltai. Stava in mezzo alla strada e mi salutava con la mano. Il gesto era sconsolato ma lui, senza dubbio, aveva lespressione felice delluomo innamorato.
Capitolo ottavo



Dissi allautista di portarmi a Bloomsbury. Mentre mi appoggiavo al sedile per tranquillizzarmi, riconsiderai i pensieri sconclusionati del giorno prima, quando mi ero precipitato in St James Square a cercare Parry. Allora lui rappresentava lignoto nel quale io proiettavo tutte le mie paure inespresse. Attualmente lo ritenevo solo un giovane confuso e strano che non era in grado di guardarmi negli occhi e che disturbi mentali e bramosie emotive rendevano del tutto innocuo. In fondo era una figura patetica, non una minaccia, ma una seccatura di quelle, come diceva Clarissa, che possono trasformarsi in aneddoti divertenti. Forse, dopo un incontro di quella intensità, era innaturale riuscire a rimuovere la questione. Ma sul momento mi parve logico e necessario: avevo perso abbastanza tempo quella mattina. Prima che il taxi avesse fatto un paio di chilometri, già vagavo col pensiero al lavoro che avevo in mente di svolgere quel giorno, al pezzo che aveva incominciato a prendere forma mentre aspettavo Clarissa allaeroporto di Heathrow.
Avevo tenuto da parte la giornata per la stesura di un lungo articolo sul sorriso. Una rivista americana avrebbe dedicato un intero numero a quello che al curatore era piaciuto chiamare una rivoluzione intellettuale. Biologi e psicologi evoluzionisti stavano tornando allo studio delle scienze sociali. Il consenso postbellico, lo Standard Social Science Model, si andava sfaldando e la natura umana tornava a reclamare attenzione. Non veniamo al mondo come tavolette di cera, o come strumenti di apprendimento adatti a qualunque impiego. E non siamo nemmeno i «prodotti» dellambiente circostante. Per sapere chi siamo, dobbiamo scoprire da dove veniamo. Ci siamo evoluti, come ogni altra specie sulla terra. Al momento della nascita ci presentiamo dotati di limiti e di potenzialità, tutti prestabiliti dal nostro patrimonio genetico. Molte delle nostre caratteristiche, dalla forma dei piedi al colore degli occhi, risultano determinate, mentre altre, come il nostro comportamento sociale e sessuale e il nostro apprendimento linguistico si sviluppano a partire dalla vita che conduciamo. Ma il percorso esistenziale non è infinitamente variabile. A determinarlo è la natura umana. Il messaggio scientifico dei biologi conferma la teoria di Darwin: il modo in cui le emozioni si disegnano sui nostri volti è più o meno lo stesso in tutte le culture, e il sorriso infantile costituisce un segnale sociale particolarmente facile da isolare per motivi di studio. Se ne trova manifestazione nei neonati delle tribù boscimane del Kalahari esattamente come tra i bambini nati nellUpper West Side di Manhattan, e sortisce anche il medesimo effetto. Per dirla con lefficace freddezza di Edward O. Wilson «esso promuove nei genitori un maggior coinvolgimento affettivo». E prosegue: «Per rifarsi a una terminologia tratta dalla scienza zoologica, il sorriso rappresenta un dispositivo di socializzazione, un segnale innato e pressoché invariabile che si fonda come tramite di relazioni sociali di base».
Qualche anno fa, gli editori di letteratura scientifica non pensavano ad altro che al caos. In quel momento invece erano a caccia di ogni possibile ramificazione del neodarwinismo, di psicologia evoluzionistica e di genetica. Non mi lamentavo, gli affari giravano bene, solo che Clarissa aveva incominciato a contestare la teoria generale alla base del progetto. Le pareva una degenerazione del razionalismo. - È una nuova forma di integralismo, - mi aveva detto una sera. - Venti anni fa tu e i tuoi amici eravate tutti socialisti e, per la minima cosa, ve la prendevate con il sistema. Ora siete finiti nella trappola genetica, e trovate una ragione scientifica per tutto quanto -. Il brano di Wilson che le lessi la irritò. Era in corso un processo di progressivo svuotamento, disse, nel quale si perdeva il significato più ampio delle cose. Che interesse poteva avere lopinione di uno zoologo sul sorriso di un neonato? La verità di quel sorriso stava negli occhi e nel cuore dei genitori, e nel conseguente sviluppo affettivo che assumeva significato solo col tempo.
Stavamo facendo una delle nostre chiacchierate in cucina a tarda sera. Le dissi che negli ultimi tempi aveva frequentato troppo John Keats per i miei gusti. Un genio, per carità, ma anche un oscurantista che accusava la scienza di defraudare il mondo della meraviglia, quando era vero invece il contrario. Se siamo tutti daccordo nellapprezzare il sorriso infantile, perché non ricercarne le fonti? Vogliamo credere che tutti i neonati sorridano di una battuta segreta? O che Iddio venga a far loro il solletico? O, per essere meno improbabili, che imparino a sorridere dalla madre? Daltra parte, sorridono anche i neonati ciechi e sordi. Il sorriso deve proprio essere un messaggio forte, e per buone ragioni evoluzionistiche. Clarissa disse che non avevo capito quel che intendeva. Non cera nulla di male nello studio del dettaglio, ma si rischiava di perdere di vista il tutto. Ero daccordo. Il lavoro di sintesi è cruciale. Clarissa ripeté che non la capivo, lei stava parlando di amore. Anchio, replicai, damore e di come se lo procurino le creature non ancora in grado di parlare. No, insisté lei, ancora non capivo. Più in là non eravamo andati. Senza rancore. Già molte altre volte avevamo sostenuto la stessa conversazione in forme diverse. Ciò di cui effettivamente si parlava in queste occasioni era lassenza di bambini nelle nostra vita.
Ritirai il mio libro da Dillon e passai una ventina di minuti a girare per la libreria. Avevo voglia di mettermi a scrivere, perciò rincasai in taxi. Quando mi voltai verso la strada dopo aver pagato il guidatore, vidi Parry davanti allingresso. Che cosa mi aspettavo? Che svanisse per il solo fatto che io stavo pensando ad altro? Mentre mi avvicinavo assunse unaria un po imbarazzata, ma non si mosse.
Incominciò a parlare quando ero ancora a distanza: - Mi hai detto di aspettare, e io ho aspettato.
In mano, avevo le chiavi. Esitai. Volevo dirgli che non avevo mai detto una cosa simile, e ricordargli la sua «promessa solenne». Mi chiesi anche se potevo trarre qualche vantaggio stando a sentirlo ancora, e scoprendo qualcosa di più sul suo conto. Ma la prospettiva di essere di nuovo trascinato in pieno dramma domestico, questa volta su un vialetto in mattoni tra siepi di ligustro ben curato, mi atterriva.
Gli mostrai le chiavi e dissi: - Permesso.
Continuava a sbarrarmi la strada, impedendomi di raggiungere la porta. Disse: - Voglio parlare dellincidente.
- Be, io no -. Mossi altri due passi verso di lui, come se fosse un fantasma e si potesse passargli attraverso con la chiave tesa e infilarla dritto nella serratura.
Si era rimesso a piagnucolare. - Ascolta, Joe. Abbiamo così tante cose da dirci. Lo so che ci stai pensando anche tu. Perché non ci mettiamo comodi e non proviamo a parlarne.
Mi feci strada con una lieve spallata e un secco, - Mi scusi -. Fui sorpreso di constatare che al solo sfiorarlo si era fatto da parte. Era più leggero del previsto. Si lasciò scansare di lato e io fui in grado di aprire la porta.
- Il fatto è, - disse, - che io vengo portando il perdono.
Entrai in casa, pronto a impedirgli fisicamente di fare altrettanto. Ma lui rimase dovera e, quando richiusi, lo vidi attraverso il vetro infrangibile nellatto di dirmi qualcosa a fior di labbra, qualcosa che poteva essere di nuovo, «perdono». Presi lascensore ed ero appena entrato in casa, quando sentii squillare il telefono. Pensai che potesse essere Clarissa che mi chiamava come promesso. Mi precipitai in corridoio e afferrai la cornetta.
Era Parry. - Ti supplico, Joe, non scappare, - incominciò a dire.
Riagganciai e staccai il telefono. Poi cambiai idea e rimisi la cornetta al suo posto. Spensi la suoneria e attaccai la segreteria telefonica. Scattò prima che arrivassi alla finestra in fondo al soggiorno. Parry era là fuori, sul lato opposto della via per essere visibile, e aveva un cellulare in mano. Sentivo la sua voce registrata che dallingresso alle mie spalle diceva: - Joe, lamore di Dio ti verrà a cercare -. Alzò lo sguardo e dovette vedermi di sfuggita, prima che mi nascondessi dietro la tenda. - So che sei lì, ti vedo. Lo so che mi stai ascoltando...
Tornai nellingresso e abbassai il volume della segreteria. In bagno, mi lavai la faccia con lacqua fredda e mi guardai allo specchio ancora grondante, chiedendomi che effetto potesse fare essere ossessionati da un tipo come me. Questattimo, come quello sul prato in cui Clarissa mi aveva passato la bottiglia di vino, potrebbe costituire un altro punto dinizio, perché credo sia stato allora che davvero incominciai a realizzare che la faccenda non si sarebbe esaurita nellarco della giornata. Mentre rientravo in ingresso e mi riavvicinavo al telefono pensai, sto vivendo un rapporto.
Sollevai il coperchio della segreteria. Il nastro stava ancora girando. Alzai un poco il volume, in tempo per sentire la voce flebile di Parry che recitava: sfuggire alla realtà, Joe, ma io ti amo. Sei tu che hai messo in moto la cosa. Adesso non puoi più tirarti indietro...
Andai subito nel mio studio, afferrai la cornetta del fax e chiamai la polizia. Nei secondi necessari al collegamento, mi resi conto di non avere idea di cosa dire. Rispose una voce di donna, laconica e scettica, indurita dal diluvio quotidiano di panico e sofferenza al quale il lavoro laveva abituata.
Mi espressi col tono sgarbato e razionale del cittadino responsabile. - Vorrei denunciare un caso di molestie, molestie continuate -. Mi passarono un uomo nella cui voce aleggiava la stessa diffidenza pacata. Ripetei la denuncia. Dopo unesitazione di appena un secondo, partì la prima domanda.
- È lei la vittima delle molestie?
- Sì, sono stato...
- E il molestatore è lì con lei adesso?
- In questo preciso momento si trova di fronte a casa mia.
- Le ha procurato danni fisici? - No, ma
- Lha minacciata di farlo?
- No -. Capivo che il mio problema doveva trovare una sistemazione nella prassi burocratica. Non poteva esistere un servizio duttile al punto da risolvere ogni problema personale. Vedendomi negato il sollievo della lagnanza, cercai conforto nel tentativo di modellare la mia vicenda in una forma pubblicamente riconosciuta. Il comportamento di Parry doveva rientrare in una definizione più generalizzata di crimine.
- Ha minacciato la sua proprietà?
- No.
- Minacce contro terzi?
- No.
- Sta cercando di ricattarla?
- No.
- Crede che potrebbe dimostrare che sta cercando di causarle un danno? - Hmm, no.
La voce abbandonò la neutralità del tono ufficiale per scivolare in una domanda quasi sincera. Mi parve di riconoscere un accento dello Yorkshire. - Potrebbe dirmi in che cosa consiste la molestia allora?
- Mi telefona a tutte le ore. Mi lascia messaggi...
La voce recuperò in fretta ufficialità e tornò a inseguire lelenco delle infrazioni possibili. - La persona in questione fa uso di linguaggio scurrile o oltraggioso? - No. Senta, agente. Mi faccia spiegare. È uno svitato. Non mi lascia vivere. - Ha idea di quali siano le sue intenzioni, di preciso?
Tacqui. Solo adesso sentivo il brusio di altre voci oltre a quella delluomo che mi parlava. Dovevano esserci file di agenti con la cuffia auricolare, seduti ad ascoltare per tutto il giorno di aggressioni, omicidi, suicidi, rapine a mano armata. E poi me ne arrivavo io con il mio tentativo di conversione religiosa perpetrato in pieno giorno.
Dissi: - Si è messo in testa di salvarmi.
- Salvarla?
- Sa, convertirmi. È pazzo. Non vuole saperne di lasciarmi in pace.
La voce mi interruppe, finalmente spazientita. - Spiacente, signore. La faccenda non riguarda la polizia. A meno che non ci siano danni alla persona o alla proprietà, o minacce rivolte ai medesimi, non sussiste reato. Il tentativo di conversione non è fuori legge -. E volle concludere la nostra telefonata di emergenza con questa breve postilla personale. - In questo paese cè libertà di religione.
Tornai alla finestra del soggiorno e guardai sotto, dovera Parry. Non parlava più al cellulare. Se ne stava lì con le mani in tasca davanti a casa mia, immobile come un agente della vigilanza.
Mi feci un bricco di caffè e preparai qualche tramezzino, poi mi ritirai nel mio studio che si affaccia su unaltra via, e sedetti a leggere, o meglio, a sfogliare gli appunti. La concentrazione era rovinata. Essere perseguitato da Parry stava aggravando uno stato di insoddisfazione di più vecchia data. Di tanto in tanto mi capita, solitamente quando sono triste per qualche altro motivo, di pensare che le mie idee sono tutte rubate. Io mi limito a digerire e riformulare il prodotto di ricerche altrui per poi consegnarlo al lettore comune. La gente dice che la chiarezza è il mio forte. Sono in grado di imbastire un buon racconto dai farraginosi e aleatori grovigli alla base della maggior parte dei progressi scientifici. È vero, un tramite tra il ricercatore e il vasto pubblico dei non addetti ai lavori ci vuole, qualcuno che riduca questioni di ordine superiore a concetti che lesperto non riesce a formulare per eccesso di impegno o di cautela professionale. È vero anche che ho tirato su un bel po di soldi muovendomi come una scimmia equilibrista tra i rami più alti della fitta giungla delle mode scientifiche: dinosauri, buchi neri, magia quantistica, caos, superstringhe, neuroscienza, neodarwinismo. Libri rilegati con splendide illustrazioni, seguiti a ruota da immancabili documentari televisivi, dibattiti radiofonici e convegni tenuti nelle località più incantevoli del pianeta.
Nei momenti no, torna a farsi strada il sospetto che io sia un parassita, ed è probabile che non mi sentirei così se non avessi una laurea a pieni voti in fisica e una tesi di dottorato sullelettrodinamica quantistica. Dovrei esserci anchio in mezzo a coloro che si dannano la vita per apportare il proprio atomo di progresso alla montagna dellumana conoscenza. Ma quando lasciai luniversità, dopo sette anni di studio meticoloso, mi sentivo irrequieto. Incominciai a viaggiare in lungo e in largo, sconsideratamente e di sicuro per troppo tempo. Al mio ritorno a Londra, mi misi in affari con un amico. Lidea era quella di commercializzare un dispositivo, essenzialmente un ingegnoso set di circuiti al quale avevo lavorato nel tempo libero alla fine del dottorato. Questo minuscolo aggeggio doveva in teoria migliorare le prestazioni di certi microprocessori e, per come la vedevamo noi al tempo, ogni computer al mondo ne avrebbe presto avuto bisogno.
Prendemmo un volo di una compagnia aerea tedesca per Hannover in prima classe e per un paio danni pensammo di diventare miliardari. Purtroppo però la registrazione del brevetto fu rifiutata. Eravamo stati preceduti da una squadra di un laboratorio fuori Edimburgo più aggiornata di noi in campo elettronico. In seguito lindustria informatica subì comunque una violenta svolta in unaltra direzione. La nostra società non arrivò nemmeno sul mercato e quella scozzese fallì. Quando tornai allelettrodinamica quantistica, il mio curriculum vitae presentava un vuoto incolmabile, mi ero arrugginito in fatto di matematica, e i quasi trentanni mal portati facevano di me un candidato troppo vecchio per questa competizione spietata.
Al termine del mio ultimo colloquio universitario sapevo già, dal grado di cortesia enfatica con la quale il mio professore mi aveva messo alla porta, che la mia carriera accademica era finita. Passeggiai sotto la pioggia lungo la Exhibition Road, domandandomi che cosa avrei fatto. Quando fui davanti al Museo di Scienze Naturali, la pioggia si fece torrenziale e una piccola folla di persone cercò riparo dentro il museo. Mi accomodai ai piedi della riproduzione in scala naturale di un diplodoco e, mentre mi asciugavo, scivolai in uno strano stato di appagata contemplazione della moltitudine. Di solito i gruppi numerosi suscitano in me una leggera misantropia. Quella volta però la curiosità e la meraviglia della gente, pareva riscattarla ai miei occhi. Chiunque entrasse, indipendentemente dalletà, veniva trascinato dallo stupore di fronte a quella bestia formidabile. Mi capitò di ascoltare brandelli di conversazione e, a parte lentusiasmo diffuso, ciò che mi colpì fu il livello generale dellignoranza. Sentii un ragazzino di dieci anni chiedere ai tre adulti che lo accompagnavano se creature simili cacciavano e divoravano esseri umani. Dalle sicure risposte che ricevette era chiaro che il calendario evoluzionistico degli adulti era decisamente in disordine.
Mentre me ne restavo lì seduto, ripassai le mie scarse nozioni personali sui dinosauri. Ricordai quanto racconta Darwin nel suo Voyage of the Beagle riguardo alla scoperta di grandi ossa fossili in Sud America e come la loro datazione si fosse rivelata cruciale per la sua teoria. Era stato molto colpito dalle argomentazioni proposte dal geologo Charles Lyell. La terra doveva essere di gran lunga più vecchia dei quattromila anni dichiarati dalla chiesa. Nella nostra era la lotta tra animali a sangue freddo e animali a sangue caldo si stava concludendo a favore di questi ultimi. Esistevano prove geologiche di svariati cataclismi che avevano sconvolto la vita del pianeta. Quel vasto cratere in Messico poteva benissimo essere stato causato dalla caduta del meteorite che aveva messo fine allimpero dei dinosauri garantendo ai piccoli roditori scorrazzanti tra le zampe dei mostri lopportunità di espandere il loro territorio consentendo la riproduzione dominante di mammiferi e perciò, in ultima analisi, levoluzione dei primati. Esisteva anche lipotesi affascinante che i dinosauri non fossero stati del tutto sterminati, ma che, per ragioni di adattamento ambientale, si fossero evoluti fino ad assumere le innocue sembianze dei volatili ai quali diamo da mangiare nei cortili dietro casa.
Prima di uscire dal museo avevo già scarabocchiato sul retro della domanda di colloquio con il mio ex professore il progetto per un libro. Lessi tre mesi e scrissi per sei. La sorella del mio mancato socio in affari, unillustratrice di testi scientifici, acconsentì cortesemente a una dilazione del compenso per le sue prestazioni. Il libro uscì in un momento in cui qualsiasi pubblicazione sui dinosauri era un successo e anche la mia se la cavò con dignità sufficiente a mettermi in lizza per i buchi neri. Era incominciata la mia carriera professionale: fortune editoriali una dietro laltra che progressivamente mi precludevano ogni possibilità in campo scientifico. Ormai ero un giornalista, un divulgatore, un profano. Non sarei mai più tornato ai tempi, inebrianti nel ricordo, di quando mi dedicavo alla ricerca seria sul campo magnetico dellelettrone, di quando frequentavo i convegni sul tema delle infinità nelle teorie rinormalizzabili, e in veste non di osservatore, ma di partecipante attivo seppure marginale. Dora in poi nessuno scienziato, ma che dico, nemmeno un tecnico di laboratorio o un bidello di facoltà, mi avrebbe mai più preso sul serio.
Quel giorno in particolare, seduto nel mio studio col bricco del caffè e i tramezzini, incapace di procedere nellarticolo sul sorriso, e con Parry che mi montava la guardia sul marciapiede di casa, tornò ad affacciarsi la domanda di come fossi finito in quel modo. Di quando in quando sentivo il clic della segreteria telefonica che scattava. Più o meno ogni ora facevo un giro in soggiorno per verificare, e lui era là: sguardo fisso sulla porta, come un cane legato fuori da un negozio. Soltanto una volta lo sorpresi mentre mi stava telefonando. Per lo più se ne stava lì immobile, coi piedi appena divaricati, le mani in tasca e, per quanto riuscivo a giudicare, con in faccia unespressione intensa, forse al limite della gioia.
Quando guardai fuori di nuovo alle cinque, non cera più. Restai alla finestra, con limpressione di percepire il contorno dello spazio lasciato vuoto dalla sua persona, una colonna di luminosa assenza nella luce morente del tardo pomeriggio. Poi mi avvicinai alla segreteria telefonica. Lindicatore rosso segnalava trentatré messaggi. Feci avanzare velocemente il nastro finché trovai la voce di Clarissa. Sperava che stessi bene, sarebbe tornata alle sei, e mi amava. Cerano tre messaggi di lavoro, il che attribuiva a Parry un punteggio di ventinove messaggi. Stavo ancora contemplando quella cifra, quando il nastro riprese a girare. Alzai il volume. A quanto pare chiamava da un taxi. - Joe. Grande lidea delle tende. Lho capito subito, sai? Volevo solo dirti ancora una volta che provo la stessa cosa anchio. Davvero -. Lemozione gli alterava un po il tono della voce su quelle ultime parole.
Le tende? Tornai in soggiorno a controllare. Erano chiuse, come sempre. Non le apriamo mai. Ne scostai una, con lidea cretina di poter capire chissà che.
Poi mi risedetti nello studio, non più a lavorare, ma a riflettere e ad aspettare Clarissa e di nuovo il pensiero vagò su come ero arrivato a essere ciò che ero, su come sarebbe potuta andare diversamente e, per ridicolo che possa sembrare, su come potessi escogitare un modo per tornare alla ricerca e scoprire qualcosa di nuovo prima di compiere cinquantanni.

Capitolo nono



Il ritorno di Clarissa avrebbe più senso raccontarlo dal suo punto di vista. O per lo meno dallidea che me ne feci in seguito. Entra in casa dopo tre rampe di scale con in mano cinque chili di libri e carte varie nella borsa di cuoio che si è trascinata per un chilometro dalla stazione del metrò. Ha alle spalle una giornata pesante. Prima di tutto, la laureanda incontrata il giorno prima, una ragazza poco preparata originaria del Lancaster, le ha telefonato in lacrime, strepitando in modo inconsulto. Quando Clarissa è finalmente riuscita a calmarla, lei lha accusata di averle assegnato letture impossibili e di indirizzarla su vicoli ciechi della ricerca. Il seminario sulla poesia romantica era stato un disastro, perché i due studenti incaricati di fornire spunti per il dibattito non si erano preparati, mentre il resto dei partecipanti non si era preso il disturbo di leggere i testi. In chiusura di mattinata, si era resa conto di non avere lagenda. Per tutta la pausa del pranzo una collega si era lamentata del marito, la cui eccessiva dolcezza a letto sottraeva al rapporto la necessaria aggressività sessuale in grado di farle superare le resistenze e garantirle lorgasmo che sapeva di meritare. Nel pomeriggio Clarissa aveva presenziato a tre ore di riunione del Senato Accademico nel corso delle quali si era sentita strumentalizzata e costretta a votare per una soluzione di ripiego il cui esito era stata la riduzione del sette per cento sul budget destinato al suo stesso dipartimento. Di lì era passata direttamente a un colloquio con la direzione amministrativa dellateneo.
In quella sede le avevano fatto presenti i cospicui ritardi nelle sistemazioni dei piani di studio e la scarsa omogeneità da lei dimostrata nel gestire il rapporto tra attività di insegnamento e ricerca.
Salendo le scale con la borsa dei libri ha la sensazione di registrare uno sforzo fisico eccessivo e pensa che potrebbe essersi presa un raffreddore. Ha la testa pesante e le bruciano gli occhi. Inoltre avverte un crescente dolore allaltezza dei reni, inequivocabile sintomo, nel suo organismo, di uninfezione virale in corso. Come se non bastasse, il ricordo dellincidente del pallone è tornato a ossessionarla. Non che sia mai scomparso del tutto, ma per buona parte della giornata è riuscita a tenerlo a bada, catalogandolo nella sezione aneddotica. Ora invece ha rotto gli argini e le si è insinuato dentro di nuovo. È come un odore di cui si sia impregnata la pelle delle dita. Limmagine che non labbandona dal tardo pomeriggio è quella di Logan nellatto di lasciar andare la fune. E insieme allimmagine è tornata anche la sensazione di terrorizzata impotenza che sembra causa diretta dei sintomi fisici da raffreddore o influenza. Parlare con gli amici di quanto è accaduto non sembra più avere alcuna efficacia dal momento che le pare di aver raggiunto il nocciolo dellinsensatezza. Durante lultima rampa di scale avverte che il dolore si sta diffondendo alle giunture delle ginocchia. Magari è solo quel che succede a trasportare mucchi di libri su per le scale quando non si hanno più ventanni. Infilando la chiave nella porta, prova una fitta di sottile sollievo al pensiero che in casa troverà Joe e che lui sa sempre come occuparsi di lei quando ne ha bisogno.
Mette piede nellingresso, e lo trova ad aspettarla sulla porta dello studio. Ha unaria stravolta che non gli vedeva in faccia da un pezzo. Clarissa associa quel tipo di sguardo a progetti eccessivamente ambiziosi, idee febbrili e solitamente cretine che, seppur con scarsa frequenza, talvolta affliggono luomo pacato e metodico del quale si è innamorata. Lui le viene incontro e incomincia a parlare senza darle neppure il tempo di varcare la soglia. Senza un bacio o qualsiasi altra forma di saluto, le rovescia addosso una storia di molestie e follia dalla quale affiora una sorta di accusa, forse persino di rabbia nei suoi confronti, perché lei si sbagliava, le dice, ma adesso è il momento della rivincita. Prima ancora che riesca a chiedergli di che diavolo sta parlando, addirittura prima che abbia posato a terra la borsa, Joe ha già preso tuttaltra strada e le sta raccontando una conversazione appena intercorsa tra lui e un vecchio amico che lavora al dipartimento di Fisica delle particelle su Gloucester Road, e di come crede che questa persona sia in grado di fargli avere un appuntamento con il professore. Intanto Clarissa ha in mente una sola cosa, Che fine ha fatto il mio bacio? Perché non mi abbracci? Perché non ti prendi cura di me? Ma Joe incalza, come un naufrago che non veda un essere umano da un anno.
Per il momento la sua funzione comunicativa è cieca e sorda, perciò Clarissa solleva entrambe le mani in gesto di resa e dice: - Mi sembra fantastico Joe. Io vado a fare il bagno -. E neppure allora lui si ferma; probabilmente non lha neanche sentita. Clarissa si volta per andare in camera da letto e lui la pedina, la segue e continua raccontarle in modi diversi che sente di dover tornare a occuparsi di scienza. È una vecchia storia. Per la verità lultima volta che accadde, nel corso di unautentica crisi un paio di anni prima, Joe ne era uscito riconciliandosi con la propria esistenza, che in fondo non era male, e si pensava che la faccenda dovesse essere chiusa una volta per tutte. Adesso invece sta alzando la voce per soverchiare lo scroscio dellacqua, ma sta di nuovo parlando delle molestie subìte e Clarissa coglie il nome di Parry, e si ricorda. Ah, già. Le pare di capire Parry abbastanza bene. Un uomo triste, un disadattato, un fanatico religioso che probabilmente si fa mantenere dai genitori, e che muore dalla voglia di stringere amicizia con qualcuno, chiunque, persino con Joe.
Joe se ne sta appeso nel vano della porta del bagno come un esemplare appena scoperto di scimmia logorroica. Parla, parla, ma non sa nemmeno quello che dice. Lei lo spinge da parte per rientrare in camera da letto. Vorrebbe chiedergli di portarle un bicchiere di vino bianco, ma pensa che ne prenderebbe uno anche lui e si metterebbe a sedere lì mentre lei fa il bagno, quando la sola cosa che vuole adesso, visto che Joe non ha intenzione di prendersi cura di lei, è restare sola. Si siede sul bordo del letto e incomincia a slacciarsi le scarpe. Se fosse davvero malata, potrebbe dirlo. Ma per ora è al limite del malessere, forse è soltanto stanca e ancora sconvolta per quel che è successo domenica, e non è nel suo stile far tante storie, perciò si limita a sollevare un piede e Joe si inginocchia per aiutarla a sfilare la scarpa, ma senza mai smettere di parlare. Vuole tornare alla fisica teorica, vuole il sostegno di un dipartimento, è disposto a impegnarsi nellinsegnamento pur di poter studiare, ha già delle idee sul fotone virtuale.
Si alza senza togliersi le calze, e incomincia a sbottonarsi la camicetta. Il gesto di spogliarsi e la sensazione della fitta moquette sotto i piedi la eccitano leggermente e Clarissa ripensa alla sera scorsa e a quella prima, al dolore e allaltalena delle emozioni e al sesso, e ricorda che lei e Joe si vogliono bene anche se in questo momento si trovano in due condizioni mentali lontanissime e con bisogni molto diversi. Tutto qui. Cambierà, e non cè ragione di trarre conclusioni affrettate come lumore le sta suggerendo di fare. Si toglie la camicetta, sfiora il gancio del reggiseno, ma poi cambia idea. Si sente meglio, ma non benissimo, e non intende fornire a Joe un segnale sbagliato, sempre ammesso che lui se ne accorga. Se solo riuscisse a rimanere sola nel bagno per una mezzora, poi potrebbe starlo a sentire, e viceversa. Parlare, ascoltare, pare che faccia un gran bene alle coppie. Attraversa la stanza per andare ad appendere la gonna, poi si siede di nuovo sul letto e incomincia a sfilarsi le calze, e mentre con un orecchio ascolta Joe, sta pensando a Jessica Marlowe, la collega che, a pranzo, si lamentava del marito troppo gentile, troppo mite dal punto di vista sessuale. Il mistero delle scelte sentimentali e di come funzionano: cè di mezzo tanta di quella fortuna, per non parlare dei milioni di conseguenze secondarie dipendenti dallinconscia scelta del partner, un enigma che nessuno e neanche una montagna di parole potrà mai risolvere in caso di conclusione infelice.
Joe le sta dicendo che non ha più importanza se non è aggiornato in matematica perché al giorno doggi si può risolvere tutto col software. Clarissa ha visto Joe al lavoro e sa che, come per i poeti, anche a un fisico teorico non serve altro che talento, una buona idea e carta e matita, o un potente computer. Se volesse, potrebbe andare anche adesso a sedersi nel suo studio e tornare a «dedicarsi alla scienza». Tutte le manfrine su dipartimenti, docenti e colleghi di cui dice di avere bisogno, sono irrilevanti, ma rappresentano la sua difesa dal fallimento, perché lui sa bene che non lo lasceranno mai più rientrare. (Quanto a lei, non ne può più di dipartimenti accademici). Si infila la vestaglia sulla biancheria. Joe ha riscoperto la vecchia ambizione frenetica solo perché è sconvolto; la domenica sta lavorando anche su di lui in modi diversi. Il problema con la mente meticolosa e precisa di Joe è che tende a non prendere in nessun conto il campo delle emozioni. Pare non rendersi conto che sta delirando, che quei discorsi sono soltanto unaberrazione e che hanno una causa scatenante. Perciò è vulnerabile, ma per adesso Clarissa non riesce a sentire slanci protettivi nei suoi confronti. Anche lui ha raggiunto il nocciolo di insensatezza della morte di Logan, ma ci è arrivato in modo inconsapevole. Mentre lei desidera sdraiarsi nellacqua calda fragrante di bagnoschiuma a riflettere, lui è deciso a dare una svolta al proprio destino.
Tornata in bagno, Clarissa mescola lacqua fredda alla calda con un andirivieni della mano, e vi aggiunge gocce di olio di pino, sali al lillà e, ripensandoci, persino unessenza, dono di Natale di una sua figlioccia: secondo quanto si legge sulletichetta, il profumo era già in uso nellEgitto antico e aveva fama di concedere saggezza e pace interiore al bagnante. Rovescia lintera boccetta. Joe intanto ha abbassato il coperchio del water e ci si sta accomodando. Il loro è il tipo di rapporto che rende assolutamente accettabile chiedere allaltro di essere lasciati soli, senza incorrere in nessun tipo di conseguenza indesiderata, ma questa volta lintensità dei gesti di lui la inibisce. Soprattutto adesso che ha ricominciato a parlare di Parry. Clarissa si immerge nellacqua verde, determinata a prestare tutta la propria attenzione a quello che Joe le racconta. La polizia? Hai chiamato la polizia? Trentatré messaggi alla segreteria telefonica? Ma se ha guardato entrando in casa, e lindicatore segnava zero. Li ha cancellati, insiste lui, al che Clarissa si tira su nella vasca da bagno e gli sgrana gli occhi addosso incontrando il suo sguardo altrettanto fisso. Suo padre è morto di Alzheimer quando Clarissa aveva dodici anni e da allora lei ha sempre avuto paura di vivere con qualcuno che potesse impazzire. Per questo si è innamorata di Joe, liper- razionale.
Qualcosa in quello sguardo, o il gesto improvviso con il quale si è rizzata a sedere, o leffetto dello sbalordimento che le ha spalancato la bocca fanno inciampare Joe, nellatto di pronunciare la parola «fenomeno», lo costringono a un breve silenzio dopo il quale il tono della sua voce è calato. - Che cè?
Lei non gli toglie gli occhi di dosso e dice: - Non hai smesso un secondo di parlare da che sono entrata in casa. Calmati Joe. Fai un bel respiro.
La intenerisce constatare come Joe sia pronto a ubbidirle senza protestare.
- Come ti senti?
Fissando il pavimento, Joe appoggia le mani alle ginocchia ed esala in un sospiro sonoro la risposta: - Agitato.
Lei aspetta il seguito, il resto dellagitazione, ma anche Joe sta aspettando qualcosa. Si sente lo sgocciolio incostante del filo di acqua calda rimasta nel tubo alle spalle della vasca. Clarissa dice: - So di avertelo già detto, perciò non ti arrabbiare. Non credi di esagerare con questo Parry. Forse non è poi quel gran problema. Voglio dire, magari se lo inviti a bere una tazza di tè, poi ti lascia in pace. Lui non è la causa della tua agitazione, è solo il sintomo Mentre parla, ripensa ai trenta messaggi cancellati. E se Parry, o almeno il Parry descritto da Joe, non esistesse? Ha un brivido e torna a sdraiarsi dentro la vasca, senza perderlo docchio.
Lui sembra riflettere con attenzione su quanto ha detto. - Sintomo di che cosa, di preciso?
Lultima parola, pronunciata con minacciosa freddezza, le fa assumere un tono di voce più spensierato. - Non saprei. Magari la tua vecchia insoddisfazione per aver abbandonato la ricerca -. In cuor suo spera che si tratti solo di quello.
Di nuovo, Joe si ferma a pensare. Dimprovviso, mentre rispondeva alle sue domande, lui le è sembrato stanco. Ha laria di un bambino prima di andare a letto, lì seduto sulla tazza del water senza pudore, mentre lei fa il bagno. Le dice: - È tutto il contrario. Mi capita una cosa incredibile che non so come fermare. Mi incazzo e incomincio a pensare al lavoro, a quello che dovrei fare.
- Perché dici di non sapere come fermare quel tipo?
- Te lho appena spiegato. Dopo che gli avevo parlato, è rimasto fuori di casa nostra senza quasi muoversi per sette ore. Non ha fatto che telefonare tutto il giorno. La polizia dice che la faccenda non li riguarda. Secondo te cosa dovrei fare?
Clarissa sente il debole tuffo al cuore come sempre succede quando qualcuno si arrabbia con lei. Ma al tempo stesso sa di aver fatto esattamente quello che voleva evitare. Ha permesso a Joe di trascinarla nella sua condizione mentale, dentro i problemi, i dubbi e bisogni di lui. Non ha saputo tenere a bada il suo impulso protettivo. Le domande precise che gli ha rivolto intendevano offrirsi come aiuto e in cambio le è toccata laggressività di Joe il quale nemmeno si è accorto di quel che serviva a lei. Si era già rassegnata a starsene da sola, visto che lui non era in un momento disponibile, ma anche quel conforto le è stato negato. Quando riprende a parlare, la domanda le esce in fretta, come a scongiurare leventuale intervento di lui. - Perché hai cancellato i messaggi?
Lha spiazzato. - Come mai me lo chiedi?
- Per sapere. Trenta messaggi potevano essere una prova di molestie da portare alla polizia.
- Alla polizia non sono...
- Daccordo. Io almeno potevo ascoltarli. Avresti avuto una prova per me -. Si alza in piedi nella vasca e afferra un asciugamano per coprirsi. Il movimento brusco le fa girare la testa. E se ci fosse qualcosa che non va al cuore?
Intanto si è alzato anche Joe. - Sapevo che ci saremmo arrivati. Non mi credi.
- Non so che cosa pensare -. Si asciuga sfregandosi con inconsueto vigore. - Quello che so è che arrivo a casa dopo la mia giornata pesante e finisco dritta dentro la tua.
-«Giornata pesante»: ti pare che ti stia semplicemente parlando di una giornata pesante?
Ora sono tornati tutti e due in camera da letto. Clarissa si sta già chiedendo se forse non ha esagerato. Daltra parte, le è toccato uscire prima dalla vasca, adesso cerca la biancheria e intanto il dolore alle reni aumenta. È raro che litighino, lei e Joe. Soprattutto Clarissa non è capace. Non è mai riuscita ad accettare le regole del combattimento che ti consentono o ti impongono di dire cose che non pensi, o che sono verità distorte, quando non autentiche falsità.
Non può impedirsi di ritenere che ogni parola ostile non fa che allontanarla non solo da Joe, ma da tutto lamore che ha dentro, come se finalmente, a rappresentarla, affiorasse una cattiveria sepolta da tempo.
Il problema di Joe è diverso. Le sue emozioni faticano a girare in rabbia e, anche quando succede, gli manca lintelligenza adatta, perciò dimentica la battuta e non manda a segno il colpo. E neppure è capace di rinunciare allabitudine di replicare a unaccusa con affermazioni logiche e dettagliate, anziché far ricorso alla controaccusa. Non è difficile spiazzarlo con una improvvisa sciocchezza. In quel caso lirritazione gli ottunde la comprensione delle sue stesse parole ed è solo più tardi, a calma ormai recuperata, che il filo dei suoi pensieri torna a snodarsi in una lucida arringa. Con Clarissa poi è particolarmente imbarazzante mostrarsi decisi, perché basta niente a ferirla. La collera verbale le segna la faccia come un marchio.
Adesso però sembrano lanciati in un gioco di ruoli che non possono più fermare e aleggia nellaria una terribile libertà. - Quel tizio è ridicolo, - continua Joe. - È solo un fissato -. Clarissa sta per replicare, ma lui glielo impedisce con un gesto della mano. - Non riesco proprio a farti prendere la faccenda sul serio. Il tuo unico pensiero è che non ti massaggio i piedini santi, dopo la tua faticosissima giornata -. Il riferimento a un recente momento di tenerezza sconvolge Joe non meno di Clarissa. Non gli era affatto spiaciuto farlo, anzi. Clarissa scuote la testa, ma si costringe a non perdere il filo di quanto intendeva dire. - Hai parlato di lui con tale veemenza sin dallinizio. Si direbbe che lo stai inventando.
- Ma certo! Ora ho capito. Me lo sono procurato io. Io, lartefice unico del mio destino. È il mio karma. Ero convinto che persino tu fossi al di sopra di queste stronzate new age.
Il «persino» è uscito da solo, come un puro espediente ritmico, un pizzico di enfasi non calcolata. Clarissa non ha mai manifestato il minimo interesse per le stronzate new age. Perciò lo guarda, sorpresa. Linsulto disinibisce anche lei. - Faresti meglio a chiederti chi è il vero fissato -. Lallusione allipotesi che sia lui ossessionato da Parry gli sembra talmente mostruosa che Joe non riesce a dir altro che: - Cristo! - Unenergia scriteriata gli impone di attraversare la stanza fino a raggiungere la finestra. Non cè nessuno là fuori. Tutta quella collera in circolazione la fa sentire a disagio, più vulnerabile, così mezza nuda, perciò Clarissa approfitta del movimento causato dal suo commento per sfilare una gonna dallattaccapanni. Altre due grucce cadono a terra, ma lei non si china a raccoglierle come farebbe di solito.
Joe inspira profondamente e gira le spalle alla finestra, prima di espirare. Ostenta una ferma volontà di recuperare la calma, di ricominciare tutto da capo in modo ragionevole, da uomo pacato che si rifiuta di lasciarsi trascinare a parole forti. Parla sottovoce, in un sussurro di esagerata lentezza. Dove si imparano questi trucchi? Ce li abbiamo dentro, come il resto del nostro repertorio emotivo? O li prendiamo dal cinema? Dice: - Senti, cè un problema, - e indica fuori dalla finestra, - e non chiedevo altro che un po di sostegno e di aiuto.
Ma Clarissa non sente ragioni. La voce roca, la tensione su quel «chiedevo» le sanno di autocommiserazione e rimprovero, e la fanno arrabbiare. Non può aver bisogno di ricordargli che il sostegno e laiuto da parte sua non sono mai mancati. Al contrario, cambia lapproccio, si inventa loffesa di un gesto mentale già superato. - La prima volta che ha chiamato per dirti che ti amava, tu mi hai mentito. Lhai detto tu.
Joe è talmente stupefatto da riuscire soltanto a fissarla e, mentre la bocca si sforza di pronunciare una parola qualsiasi, Clarissa, inesperta comè in questo genere di schermaglie, prova la piccola fitta di gioia che facilmente si confonde con la vendetta. Il quel momento è sinceramente convinta di essere stata tradita e perciò si sente autorizzata ad aggiungere: - Che cosa dovrei pensare, secondo te? Se me lo dici, poi vediamo insieme di che tipo di sostegno e aiuto hai bisogno Lo dice infilando i piedi nelle pantofole. Joe sta recuperando la voce. Ha così tante proteste simultanee da rivolgerle da averne annebbiata la mente. - Aspetta un attimo. Stai davvero insinuando...
Consapevole del fatto che le sue parole potrebbero non essere in grado di sostenere una discussione, cerca di uscirne finché ha la meglio, e lascia la stanza godendosi il delizioso piacere di chi abbia subito un torto. - Be, vaffanculo allora, - grida Joe alla sua sagoma già di spalle. Sente che avrebbe voglia di sollevare lo sgabello della toeletta e di scagliarlo fuori dalla finestra. E lui quello che dovrebbe andarsene, se mai. Dopo qualche secondo di esitazione, si precipita fuori della camera, scende le scale pestando i piedi, supera Clarissa nellingresso, afferra il soprabito dal suo appendino ed esce sbattendo forte la porta, lieto di saperla abbastanza vicina da poter registrare tutta la violenza del gesto.
Quando si ritrova in strada è sorpreso di quanto faccia già buio. Sta anche piovendo. Si stringe addosso il soprabito legando la cintura alla vita e, quando vede Parry che lo aspetta in fondo al vialetto di cotto, non cambia nemmeno il ritmo del passo.
Capitolo decimo



La mia impressione fu che la pioggia aumentasse lattimo stesso in cui misi piede fuori di casa, ma non avevo certo intenzione di rientrare per prendermi un cappello o un ombrello. Ignorai Parry e assunsi un passo di marcia talmente furioso che quando raggiunsi langolo e mi voltai a guardare, lavevo distanziato di una cinquantina di metri. Avevo i capelli fradici e lacqua era già passata attraverso la suola della mia scarpa destra che aveva una scucitura trascurata da tempo. La collera si manifestava in un ardore freddo e puerilmente indiscriminato. Era Parry lovvio responsabile, colpevole di essersi intromesso tra Clarissa e me, ma la mia furia si distribuiva su entrambi: se il tormento era lui, lei comunque non aveva saputo difendermene. Ce lavevo con tutto e con tutti, specie con quella pioggia battente e con il fatto che non avevo idea di dove stessi andando.
Ma cera anche dellaltro, una sorta di buccia, un guscio molle ravvolto intorno alla polpa della mia ira e in grado di contenerla, facendola apparire ancor più grottesca. Era lavanzo di un ricordo, un dettaglio, una vaga associazione mentale che risaliva a letture passate, irrilevante nel contesto di allora, ma che pure era andata a prendere posto nella mia mente come il frammento di un duraturo sogno infantile. Adesso invece centrava, pensai, e poteva essermi daiuto. La parola chiave era «tenda»: la immaginavo scritta di mio pugno e, come la pioggia che mi bagnava le ciglia rifrangeva le luci della strada, così anche quella parola si frammentava producendo schegge di richiami mentali depositati ai margini della memoria. Nella riproduzione sbavata di una foto in bianco e nero su un vecchio giornale, vedevo in lontananza un edificio imponente, protetto da una cancellata alta e da una presenza militare, tipo guardie di sicurezza, o sentinelle. Ma se era questa la casa che ospitava la tenda carica di significato, la costruzione di per sé non mi diceva nulla.
Proseguii, superando case reali, immense ville illuminate che si ergevano oltre gli alti cancelli elettrici al di là dei quali intravedevo automobili parcheggiate male. Ero di un umore tale da riuscire tranquillamente a scordare il nostro appartamento da mezzo milione di sterline per abbandonarmi a fantasticherie nelle quali ero solo un povero squattrinato a spasso sotto la pioggia tra le case dei ricchi. Certa gente ha proprio tutte le fortune; io invece mi ero lasciato scappare le poche occasioni della vita, e così non ero niente e adesso non cera un cane di nessuno che si prendesse a cuore il mio caso. Era dai tempi delladolescenza che non me la raccontavo più in quel modo, e la scoperta di riuscirci ancora mi procurò quasi lo stesso piacere di un miglio corso in cinque netti. Poi però, ripensando alla parola «tenda», la trovai vuota di ogni ombra di associazione e, mentre rallentavo il passo, riflettei che il cervello è davvero un oggetto dalla filigrana così delicata che qualsiasi falso mutamento nello stato emotivo è in grado di trasformare la condizione di altri milioni di circuiti inconsci.
Sentii il mio persecutore incalzare alle spalle appena lattimo prima di udirgli pronunciare il mio nome in un suono a metà tra il grido e lo jodel. Poi lo ripeté. - Joe!
Joe! - Mi resi conto che singhiozzava. - Sei stato tu. Hai incominciato tu, tu hai fatto succedere questo. E adesso non fai che prendermi in giro, e mentire... -. Non riuscì a completare la frase. Ripresi velocità; stavo quasi correndo quando attraversai la via successiva. Le sue grida tremavano al ritmo stonato dei passi. Ero nauseato e avevo paura. Raggiunsi il marciapiede opposto e guardai indietro. Mi aveva seguito e adesso si trovava intrappolato in mezzo alla strada, in attesa che si aprisse un varco nel traffico. La probabilità che si facesse schiacciare da un auto in corsa era minima, ma ci sperai lo stesso, con un desiderio intenso e feroce del quale né mi sorpresi né mi vergognai. Quando vide la mia faccia finalmente voltata nella sua direzione, mi urlò una raffica di domande: - Quando ti deciderai a lasciarmi in pace? Sono tuo. Non posso più farci niente. Perché non vuoi ammettere quello che fai? Perché continui a fingere di non sapere di cosa parlo? E poi quei segnali, Joe. Perché non la smetti?
Ancora intrappolata tra le auto, la sua figura, come le parole, veniva a tratti cancellata dal passaggio del traffico, ma la voce si levò in un grido talmente rauco che non potei allontanare lo sguardo. Avrei dovuto correre via: era la grande occasione per seminarlo. Ma la sua collera mi incatenava costringendomi a fissarlo stupefatto, senza mai del tutto perdere la speranza salvifica che un autobus potesse stritolarlo sotto le ruote mentre, a poca distanza da me, continuava a maledirmi implorante.
Pronunciava quelle parole con voce stridula, modulata su una nota sempre più acuta, come se un derelitto volatile dello zoo avesse assunto sembianze pressoché umane. - Cosa vuoi? Mi ami e mi vuoi distruggere. Fingi che non stia succedendo. Che non succeda niente! Stronzo! Ti diverti... mi stai torturando... continui a chiamarmi coi tuoi segnali segreti del cazzo. Io lo so cosa vuoi, stronzo! Stronzo! Credi che non lo sappia? Tu vuoi allontanarmi da... - Mi persi il seguito a causa di un camion di traslochi grande come una casa. - ... e credi di potermi allontanare da lui. Ma sarai tu a venire da me. Alla fine. Verrai verso di lui, perché non potrai farne a meno. Stronzo, implorerai pietà, ti butterai per terra e striscerai...
A quel punto i singhiozzi lo vinsero. Fece un passo verso di me, ma limprovvisa accelerata di unauto in mezzo alla strada lo fece balzare indietro mentre il chiasso del clacson pestato con rabbia si allontanava coprendo i singulti. Ci fu un attimo mentre gridava in cui ebbi quasi compassione di lui, a dispetto di tutta la mia ostilità e repulsione. Ma compassione non è forse il termine adatto. A vederlo bloccato là in mezzo, delirante, provai il sollievo di non essere al posto suo, lo stesso che provo quando vedo un ubriaco o uno psicopatico dirigere il traffico. Pensai anche che la sua condizione era talmente estrema, la sua visione della realtà talmente distorta da diventare innocue. Aveva bisogno di aiuto, anche se non da me. Il pensiero correva parallelo al desiderio astratto di vedere quel fastidio spalmato sullasfalto senza colpa di nessuno.
Una terza corrente di pensiero e sensazione mi raggiunse la mente mentre lo ascoltavo. A suscitarla era stata una parola che Parry aveva utilizzato due volte: segnale. In entrambi i casi quel termine aveva fatto sommuovere la tenda che mi aveva turbato poco prima, finché le due parole non si accoppiarono per dare corpo a un costrutto sintattico elementare: una tenda usata come segnale. Mi stavo avvicinando. Ce lavevo quasi fatta. Un edificio imponente, una celebre residenza londinese, e le tende alle finestre usate come segnale per comunicare...
La lotta con quelle vaghe associazioni riportò alla mente le tende del mio studio, e infine lo studio stesso. Non per la sua calda accoglienza, per il bagliore dei paralumi di pergamena sui rossi e gli azzurri del tappeto bokhara, o per i toni subacquei del mio falso Chagall (Le Poète Allongé - 1915), ma piuttosto per i cinque scaffali a tutta parete pieni di schedari, vecchissimi dossier stracolmi di ritagli e, sul lato opposto, accanto alla finestra esposta a sud, per il piccolo grattacielo di un computer nel cui hard disc tre gigabites di dati erano in attesa di soccorrermi nellimpresa di lanciare un ponte che unisse quella residenza londinese alle due parole chiave.
Pensai a Clarissa con una fitta improvvisa di amore sereno, e mi parve facilissimo riconciliarmi con lei dopo il litigio, non perché mi fossi comportato male o perché avessi torto, ma al contrario perché era ovvio, innegabile che nel giusto ero io e che lei semplicemente si sbagliava. Dovevo tornare.
Pioveva ancora, ma meno forte di prima. Il semaforo duecento metri più in là aveva cambiato colore e, dalla disposizione del traffico, mi resi conto che Parry avrebbe presto avuto modo di attraversare. Perciò lo lasciai lì dovera, a piangere con le mani sulla faccia. Probabilmente nemmeno mi vide voltarmi e incamminarmi a leggero passo di corsa per una stradina privata. Del resto, se anche a dispetto della disperazione, avesse trovato la forza di rincorrermi, sarei riuscito a svoltare al primo isolato e a seminarlo in capo a un minuto.